Mani di Fata (1×10)

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Mi prodigavo affinché il corpo invisibile e, ormai, senza vita del Corvo non insozzasse ulteriormente me e i preziosi volumi alle sue spalle, quando una bastonata sferzò con violenza le nocche della mia mano sinistra, rendendo vano il mio impegno: ritrassi di scatto l’arto sotto il colpo infertomi con tanta veemenza e, portandomela istintivamente al petto per alleviare il dolore con lo strofinio del palmo destro, privai il cadavere di entrambe i sostegni, lasciando così che si afflosciasse al suolo con un tonfo.
Avevo le palpebre serrate e digrignavo i denti per il dolore, stringendo la mano sofferente nell’altra. La fase acuta del dolore passò presto e potei riaprire gli occhi, mentre Mastro Vitr, con il suo bastone runico ancora in pugno, inveiva contro di me nella maniera più offensiva che il suo ruolo di Sommo Saggio gli consentisse e minacciava di punire nuovamente la mia stoltezza con una seconda bastonata ancora più energica.
Per mia fortuna, una dolce voce femminile trattenne l’impeto violento del mio vecchio insegnante: “Una mente carente di senno è talvolta sintomo di un cuore colmo di sentimento, Maestro! Siate clemente, suvvia…”.
Nell’udire quel suono così grazioso, il volto burbero e paonazzo di Mastro Vitr volse al sereno, come un cielo che si schiarisce repentinamente quando le nubi della tempesta si diradano e vengono disperse dal vento.
Ancora immerso in quello stato di strana estasi che l’aveva colto all’improvviso, il Sommo Saggio sollevò la testa, chiuse gli occhi in meditazione e, poco dopo, riaprendoli, domandò: “Lestario Primo Carvinio in uno dei suoi racconti?”.
La risposta non si fece attendere e confermò, calma e soave: “Certo, Maestro! Ma citavo a memoria…”.
In preda all’euforia, il vecchio Vitr si voltò verso il parapetto di legno, facendo svolazzare il mantello porpora, sul quale, insieme alle preziose rifiniture dorate, avevano fatto la loro comparsa un cospicuo numero di piccoli schizzi di sangue, molto simili per dimensioni e colore alle macchioline che in quel momento gli coloravano anche i lunghi capelli bianchi sulla nuca. Riconoscendo la nuova arrivata, la cui apparizione doveva essere motivo di gioioso stupore per il vecchio maestro, la chiamò per nome: “Gemma!”.

Incuriosito dal repentino cambio di umore di Mastro Vitr, mi ero immediatamente sporto oltre la sua spalla destra per riuscire a scorgere chi avesse potuto intercedere per me presso il Sommo Saggio e quietare così efficacemente la sua furia, per cui dovetti scansare un’altra bastonata, questa volta involontaria, quando Mastro Vitr alzò le braccia per accogliere la mia salvatrice e, a passi lunghi e rapidi, si diresse spedito verso di lei.
Intravidi una figura slanciata e dalla pelle leggermente scura, seduta sul parapetto con i palmi delle mani ben poggiati sul corrimano per non sbilanciarsi e con le gambe appena ciondolanti, data la ridotta altezza della struttura di legno in rapporto alla sua. Nel momento in cui il vecchio Nano si avviò nella sua direzione, Gemma si sporse in avanti, scivolando giù dal bordo del parapetto, e si mise in piedi, dondolandosi sui talloni e sulle punte, ad aspettarlo.
Sul volto dai tratti delicati, si allargava un radioso sorriso che le sollevava leggermente gli zigomi e le faceva brillare gli occhi chiari.
Quando fu raggiunta da Mastro Vitr, la giovane si sporse in avanti per abbracciarlo, facendolo quasi sparire sotto una nuvola di capelli, il cui bruno rossiccio mi ricordava quello della terra argillosa o bruciata. I boccoli finali sembravano più rossi, mentre verso la sommità del capo sfumavano in una macchia chiara: il colore delle ciocche si schiariva gradualmente verso la radice fino a diventare di un bianco intenso, come quello della neve.

In quel momento, il suo sguardo cadde sul Mezzelfo ancora accovacciato al suolo e, prima che Mastro Vitr potesse aprir bocca, Gemma era già corsa a passi leggeri in aiuto del guerriero dolorante.
Questi stringeva la presa sull’elsa della spada, alla quale si reggeva come se fosse un bastone a cui aggrapparsi e la cui punta, pertanto, era conficcata nel pavimento di legno.
“Cosa è accaduto?” gli domandò la fanciulla con apprensione, mentre tastava la zona dolorante sul fianco.
Il giovane dalle orecchie a punta si limitò a contrarre il viso in una smorfia di dolore e a guardare nella mia direzione, liquidando così la questione in maniera molto sbrigativa e senza menzionarmi.
Gemma, inginocchiata accanto a lui, lo liberò della leggera corazza, fino ad allora coperta dal mantello verde. Il punto dell’impatto doveva essere proprio nello spazio tra piastra anteriore e piastra posteriore dell’armatura, lasciato scoperto per consentire maggiore libertà di movimento. Doveva trattarsi di un equipaggiamento molto comodo, ma poco protettivo, soprattutto nei combattimenti ravvicinati. Di certo, non roba per Nani.
Quando ebbe finito di slacciare la cinghia di chiusura posta all’altezza della vita, la giovane estrasse una penna di uccello, grande e vermiglia, da una piccola bisaccia ch’ella stessa portava a tracolla e la strofinò come se fosse un pennello sul fianco del Mezzelfo.
In poco tempo, l’espressione contratta di dolore sul volto del guerriero sparì e questi poté rialzarsi con ritrovata agilità. Rimessosi in piedi, si massaggiò ancora una volta il fianco, rinfoderò la spada e, mentre riallacciava la cinghia nella corrispondente fibbia dell’armatura, sorrise in segno di ringraziamento alla leggiadra fanciulla, la quale gli sorrise a sua volta di rimando, aggiungendo in tono scherzoso: “Se non ci fossi io…”.
Solo a quel punto, Mastro Vitr osò avvicinarglisi per salutarlo a braccia aperte: “Ellerion, mio caro!”.
Il vecchio Saggio si sporse in avanti per abbracciarlo, ma si limitò a battergli un paio di volte con la mano sulla parte posteriore della corazza.
“Ma come ti eri…?” iniziò a chiedere Gemma al Mezzelfo, ma questi la interruppe, portando il discorso su un nuovo argomento: “Ci sarà tempo per parlare. Ora occupiamoci di lui!” disse, mentre si dirigeva verso il cadavere del Corvo.

Tutti sembravano ignorarmi e, vista la reazione del vecchio Vitr, forse era meglio così.
Stranamente, il primo a considerarmi nuovamente fu proprio il Mezzelfo, che, passandomi accanto, parve ricordarsi di me: si voltò parzialmente, riunendo i piedi, così da avermi di fronte, poi mi guardò un istante, si portò la mano destra sul petto e accennò un piccolo inchino col busto. A testa ancora bassa, pronunciò il suo nome: “Ellerion, figlio di Elestor”.
Impacciatamente, blaterai il mio e azzardai un inchino anch’io.
Quando rialzai la testa, gli occhi grigi del Mezzelfo erano fissi su di me, ma il suo sguardo non era duro, piuttosto sembrava quasi amichevole, tanto da mettermi a disagio: lo avevo colpito con un pugno, ero stato sul punto di colpirlo con il bastone runico ed egli, invece, non mi aveva nemmeno incolpato, anzi mi sorrideva.
Non reagii e lasciai che si dirigesse verso il cadavere del Corvo.
Mastro Vitr era già lì che osservava, senza toccare. Aveva recuperato la pipa e l’aveva già pulita e rimontata sulla sommità del proprio bastone runico.
Nel frattempo, Gemma si era seduta sul tavolino: aveva le gambe accavallate e stava tirando delicatamente verso il basso il bordo inferiore della leggera stoffa nera che sbucava, un po’ più lunga dietro e un po’ meno avanti, appena sotto alla gonna del corto vestito, che riprendeva il movimento di colori dei capelli: nero in basso e sfumato fino a diventare completamente bianco sul corpetto; questo era sorretto da una fascia di stoffa passante dietro al collo ed era privo di maniche, quindi la pelle delle gambe e delle braccia, già leggermente scura, assumeva un colorito quasi bronzeo alla luce fioca della candela sul tavolo.
La osservavo in silenzio: non aveva né il fisico, né l’abbigliamento da avventuriera o da guerriera.
“Che sia una maga?” pensai.
Aspettai ancora qualche istante prima di sottoporle la mia domanda: “Come hai fatto?”.
Gemma alzò lo sguardo sotto la cascata di capelli, ma non aprì bocca.
“Come sei riuscita a lanciare quel pugnale con tanta forza?” insistetti, cercando, però, di non essere scortese.
Aprì appena le labbra scure e sorrise in silenzio.
“Non preoccuparti…” dissi per troncare il discorso e uscire dal momento di imbarazzo, poi mi girai per raggiungere Mastro Vitr.
Il cadavere era stato rivoltato e privato del magico mantello, ora ripiegato sull’avambraccio del Mezzelfo, il quale teneva anche il pugnale nell’altra mano aperta.
Appena le voltai le spalle, Gemma finalmente rispose: “Così!”.
Il pugnale schizzò via dalla mano di Ellerion, passandomi accanto con lo stesso sibilo di quando si era conficcato nel cranio, ormai maciullato, del Corvo.
Mi voltai incredulo e vidi il pugnale nella stretta presa della giovane. Le mie perplessità aumentavano.
Prima che potessi richiudere la bocca e chiederle ulteriori spiegazioni, Ellerion la rimproverò: “Ti sembrava opportuno?”.
“Mi sembrava divertente…” gli rispose la giovane.
Mi avvicinai e mi presentai: “Thrár, figlio di Náinn”.
Mi rispose dicendomi il suo nome: “Gemma, Fata dei Monti”.
“Una Fata?” domandai, incuriosito e sorpreso.
“Non ti sembro una Fata?” mi domandò con tono divertito e scherzosamente offeso.
“No, è che…” iniziai.
“No?!” mi interruppe, ridendo, poi, sempre con lo stesso tono, si rivolse al Mezzelfo, “Ehi, questo Nano non crede che sia una Fata!”.
Ellerion la ignorò o forse era talmente concentrato da non averle nemmeno dato ascolto.
“Intendevo che non ho mai visto una Fata…” mi affettai a rispondere per evitare di essere interrotto o frainteso.
Sorrise di nuovo.
“In effetti, difficilmente ci spingiamo fin qui…” spiegò, poggiando le mani sul bordo del tavolo nello stesso modo in cui l’aveva fatto sul parapetto.
“Ma le Fate non hanno le ali?” chiesi, avendo in mente l’unica immagine di una Fata che avevo visto su un libro.
Alzò la testa e gli occhi, indugiò un po’ e poi mi rispose: “Non proprio tutte, ecco. Alcune le hanno e volano, tante altre no. Come vedi, sono una Fata, eppure…” e si sporse in avanti, lasciandomi scorgere la propria schiena, rimasta scoperta tra la fascia di stoffa dietro al collo e la grossa cintura di cuoio che le cingeva la vita, in contrasto con il resto del vestito e un po’ cascante su un fianco perché più grande della misura adatta al fisico di una Fata.
Cominciavo a chiedermi come fosse arrivata sulla balaustra senza poter volare, ma non volevo insistere e c’era un altro dubbio che mi interessava chiarire.
“E come l’hai curato?” domandai, indicando Ellerion, poi spiegai, “Doveva avere sicuramente qualcosa di rotto…”.
Fece una smorfia di dispiacere e incertezza, mordendosi il labbro e vagando con gli occhi per la stanza.
Seguii il suo sguardo: cercava di incontrare quello del proprio amico o di Mastro Vitr.
“Da qualche parte ho letto dei prodigiosi poteri di guarigione delle Fate…” dissi per introdurre l’argomento, poi, per mostrare quanto già sapevo, continuai, “Gli Umani chiamano i fiori di un’erba medica proprio ‘mani di Fata’, ci dev’essere un fondo di verità!”.
“Non so se posso…” iniziò a rispondermi sottovoce, quasi scusandosi.
“È un segreto delle Fate?” chiesi, parlando anch’io a bassa voce nella speranza che il tono creasse la complicità necessaria a farla parlare.
“Non proprio, ma non credo di poterti dire oltre…” concluse e si aggiustò di nuovo il vestito, questa volta tirando in su il corpetto.

“Qui abbiamo finito!” urlò Ellerion, sollevando il braccio su cui teneva il mantello del Corvo e l’altra mano, in cui stringeva il guanto bianco che gli avevo dato io poco prima.
Mastro Vitr aveva il libro sul Dono della Grande Madre sotto al braccio sinistro e si stava accarezzando la barba, fissando, intanto, la clepsamia e il sacchetto che io avevo trovato e che poi mi erano stati sottratti.
Il Mezzelfo li guardò anche lui, si passò una mano nei capelli nero corvino e aggiunse: “Ma rimane da capire cosa fare con quelli…”.
Fece una pausa, poi guardò Mastro Vitr e riprese: “E anche se fossero ciò che crediamo… Siete Voi l’esperto, Sommo Saggio!”.
“Ci sto pensando, mio caro, ci sto pensando…” commentò l’altro in risposta, poi poggiò il libro sul piccolo scrittoio e cominciò a sfogliarlo.
“Forse…” bisbigliai.
Tutti volsero immediatamente lo sguardo su di me, anche Mastro Vitr, che rimase con una pagina sollevata nell’atto di girarla.
“Forse…?” mi incalzò, spazientito, il mio vecchio maestro.
“Forse è polvere di Fata…” azzardai, voltandomi verso Gemma per una conferma.
Questa volta il suo solito sorriso enigmatico fu rimpiazzato da una cristallina risata che la fece quasi cadere dal tavolo.
Il Mezzelfo abbassò la testa e andò ad appoggiarsi contro uno scaffale della libreria, ma era chiaro che fosse divertito quanto la Fata.
Mastro Vitr, invece, si mostrò estremamente infastidito: lasciò la pagina che teneva ancora tra le dita, allargò le braccia, sbuffò rumorosamente mentre scuoteva la testa e, infine, si voltò per riprendere a sfogliare il libro.
“Che c’è?” chiesi, quasi offeso.
Mastro Vitr mi gettò un’occhiata glaciale, voltando appena la testa.
“Non esiste alcuna polvere di Fata!” mi rispose Gemma, coprendosi la bocca mentre rideva.
Non sapevo che rispondere. Fortunatamente, Ellerion mi tolse dall’imbarazzo, non senza una punta di sarcasmo: “Forse, Mastro Vitr, dovremmo chiarire un po’ di cose al Vostro amico…”.
“Sì, credo sia necessario e forse è giunto il momento di metterlo a conoscenza di tutto…” sentenziò il vecchio Saggio, sospirando, poi aggiunse in chiusura, “E magari di sapere anche qualcosa da lui…”.
I suoi occhi chiari e penetranti stavano già scavando in cerca di informazioni.

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