Da grandi poteri derivano grandi speranze (1×09)

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Il vecchio Vitr stava ancora cercando l’antico tomo sul Dono della Grande Madre che gli avevo chiesto: continuava a ripeterne il titolo come una cantilena mentre scorreva l’indice della mano destra sui dorsi dei numerosi libri della sua biblioteca personale, di cui andava molto orgoglioso. Li aveva personalmente disposti nell’ordine che egli stesso aveva assegnato loro e spesso indugiava per ore davanti a quegli antichi scaffali per controllare che non un solo manoscritto fosse fuori posto.
Lo guardavo passare da un ripiano all’altro del primo dei quattro mobili che componevano la libreria: pareva rapito, quasi incantato, davanti a quell’immenso contenitore di cultura e saggezza senza tempo così accuratamente e rigorosamente conservato.
“Dono… Dono… Dono…” ripeteva in rapida successione, interrompendo poi la sequenza con un improvviso e più lungo “Dono della Grande Madre”, per poi ricominciare da capo; quando passò al secondo scaffale, vi aggiunse anche qualche lungo sbuffo ogni volta che si ritrovava davanti un titolo molto simile o che, per proprio errore di lettura, gli era parso corretto. Estrasse un paio di volumi senza nome, ne sfogliò le prime pagine e li rimise al loro posto senza fare alcun gesto che tradisse la sua delusione. Solo una volta lo sentii distintamente aspirare col naso, sorpreso, per poi mestamente sbuffare quando si rese conto di essersi illuso.
Al terzo scaffale, i precedenti sintomi di frustrazione furono accompagnati da un continuo e leggero brontolio, sgradevole sottofondo alle sempre più rare parole ancora comprensibili tra tutte quelle borbottate sottovoce.
Aveva addirittura smesso di fumare e sembrava aver dimenticato anche di avere un braccio sinistro, stando al modo in cui lo lasciava penzolare lungo il fianco. La presa delle dita sulla pipa era così immobile e allo stesso tempo leggera che credevo gli sarebbe presto sfuggita, cadendo disastrosamente sul pavimento.
Nonostante temessi per l’integrità della preziosa pipa, non osavo disturbare il saggio Vitr: avrei interrotto la ricerca dell’opera che tanto mi interessava e, conseguenza ancor più grave, avrei attirato nuovamente l’ira del mio vecchio maestro.
Per non dare l’impressione di essere impaziente o annoiato, mi guardavo attorno distrattamente e mi soffermavo su ogni dettaglio in grado di carpire la mia attenzione: i tanti volumi di una rarissima traduzione in Runico della Storia Universale dell’Elfo Nalarion, una piccola anfora nera con disegni color arancio posta su una mensola sopra allo scrittoio e, accanto a questa, un mezzobusto, anch’esso nero, con le pupille e il contorno degli occhi (allungato sull’esterno) dipinti con lucente oro. Più che a quei futili orpelli, m’interessai ai segni che erano stati tracciati con inchiostro scuro su un sottile foglio di pergamena dal colore giallo tenue, segno della nobile provenienza di quella missiva; dedussi che doveva trattarsi di una lettera poiché recava in calce la firma del mittente, che, al pari del contenuto del messaggio, era per me indecifrabile a causa della distanza e della calligrafia, molto elegante e ordinata, ma fin troppo elaborata.

“Se non è qui, dovrò prendere la scala…” sussurrò Vitr, rivolto a se stesso più che a me, mentre guardava la parte alta della libreria: la mole di libri conservata nella Casa del Pensiero di Witrhamarr aveva richiesto l’impiego di altri quattro mobili a ripiani, posti sopra a quelli già predisposti e pari in dimensioni a quelli inferiori. Costruire in un secondo momento il piano superiore dell’Hugar-Hus e fare in modo che sorreggesse addirittura tutto quel peso (per di più concentrato in buona parte su quella superficie ristretta in cui si trovavano gli scaffali) rappresenterebbe una sfida d’abilità per qualsiasi costruttore, ma trattandosi di costruttori nanici, la sfida pareva decisamente vinta.
Nonostante il vecchio maestro avesse smesso di fumare e la pipa si stesse ormai spegnendo, una leggera coltre di fumo aleggiava tutt’intorno, provocandomi piccoli colpi di tosse, a cui Vitr non prestava alcuna attenzione, impegnato com’era nel suo compito, purtroppo ancora infruttuoso: era al quarto ed ultimo scaffale della parete e proseguiva visibilmente innervosito e, forse, anche irritato dall’idea di dover utilizzare la scala.
Improvvisamente, estrasse con violenza un libro. Mi sporsi dalla sedia, speranzoso che la ricerca fosse giunta al termine, ma mi sbagliavo.
“Per le…” esplose Mastro Vitr, poi la voce si affievolì in qualche imprecazione sommessa che non si addice ad un Sommo Saggio e di nuovo, senza preavviso, divenne un boato che riecheggiò per tutta la grande sala dell’Hugar-Hus, “…della Grande Madre! Se scopro chi ha messo mano nella mia libreria, giuro che…” e concluse la frase con un urlo rabbioso che avrebbe messo in fuga un’orda di Goblin; dopodiché, tacque, mentre riponeva il libro estratto al suo corretto posto nel terzo ripiano del secondo scaffale.
Nel tornare verso l’estremità sinistra della libreria, si voltò verso di me e tuonò: “Mastro Fjǫlsviðr! Sicuramente è stato lui! Ne sono sicuro!”.
Lo sfogo finì lì, ma io mi strinsi comunque nelle spalle quando mi guardò: sebbene fossi certo che, come per la riserva di erbe nello scrittoio, la colpa non fosse di Mastro Fjǫlsviðr, non avevo alcuna intenzione di contraddire Mastro Vitr, né volevo assecondare un’accusa rivolta ad un altro importante runatore di Witrhamarr, nonché membro dei Quattro Savi. Insoddisfatto dalla mia risposta neutra, il vecchio riprese la ricerca senza più rivolgersi a me.

Un nuovo scricchiolio delle tavole del pavimento mi distrasse: questa volta proveniva dalla zona antistante alla finestra, anziché, come il precedente, dalla scala a chiocciola. Preoccupato che il rumore avesse fatto affiorare nuovi tristi tormenti nell’animo dell’anziano saggio, mi volsi nella sua direzione, ma era talmente immerso nella propria ricerca da non aver udito nulla.
In pochi istanti si verificarono quattro eventi in rapidissima successione: nell’angolo a sinistra, Vitr si voltò ed esultò per aver trovato finalmente il libro giusto (facendomi sobbalzare sulla sedia), poi il fumo davanti alla finestra si spostò come agitato da una forte corrente d’aria e, quasi contemporaneamente, la fiamma della candela sul tavolino si mosse, tremando violentemente. Infine, nello stesso tempo in cui, già rivolta la mia attenzione a Vitr, ma stupito da quei due strani fenomeni, mi stavo girando verso destra per comprendere la causa di questi ultimi, un tonfo alla mia sinistra riuscì a distrarmi nuovamente, lasciandomi in un breve momento di confusione e smarrimento, in cui agitai per un paio di volte la testa da un lato all’altro senza capire cosa stesse accadendo.
Riconquistato il controllo della mia attenzione, la focalizzai sull’ultimo evento della sequenza in ordine di tempo: la bella e pregiata pipa di Vitr era a terra, ma integra.
Ero certo che (come avevo temuto) gli fosse sfuggita di mano senza che egli se ne fosse reso conto, per cui ero già sul punto di dirgli qualcosa, sperando di riuscire a farglielo notare in un modo deciso, senza che, però, suonasse come un rimprovero. Purtroppo, la raffinata e ben calibrata frase che iniziavo a comporre nella mia mente non raggiunse mai le mie labbra: appena alzai gli occhi da terra, la mia bocca si spalancò in una breve aspirazione di stupore, immediatamente convertito in terrore, la stessa espressione che lessi negli occhi del mio maestro, il quale pareva dibattersi come un piccolo animale in un’invisibile trappola a rete.
Nonostante l’urlo di gioia di Vitr mi avesse fatto sobbalzare, ero ancora seduto, quindi scattai in piedi, esattamente nello stesso momento in cui, improvvisamente, Vitr si bloccò e sollevò la testa, come se una forza esterna gli spingesse il mento barbuto verso il soffitto e lo costringesse a mantenere quella posizione. La mano che reggeva ancora l’antico tomo vacillò e lasciò cadere il libro con un tonfo.

Già una volta mi ero sentito impotente davanti ad una scena simile, ma nella circostanza corrente, oltre a non sapere come affrontare il pericolo, non sapevo neanche chi o cosa fosse il pericolo.
Istintivamente, mi lanciai su Vitr per strapparlo a qualsiasi forza lo stesse aggredendo, ma fui io stesso afferrato e trattenuto dalla parte posteriore del bavero della giacca. Per effetto combinato dell’impeto del mio assalto e dell’imprevisto strappo all’indietro, persi l’equilibrio, capitombolando sulle dure tavole di legno del pavimento, e mi ritrovai a osservare la scena dal basso, stordito, mentre il mio aggressore, coperto con un logoro mantello verde, mi sovrastava e puntava la spada contro il mio vecchio maestro di Antichi Scritti Runici.
Questa volta avevo il mio avversario, potevo vederlo e potevo colpirlo: ancora di faccia a terra, ingoiai la saliva per cercare di cancellare la fastidiosa sensazione di strangolamento che il suo brusco assalto alle spalle mi aveva provocato, poi mi rotolai verso di lui e scagliai un pugno contro il ginocchio più vicino a me.
Il tutto si svolse così rapidamente che mi accorsi di star sanguinando dal naso solo quando, ridotto il mio assalitore nella mia stessa posizione, vidi larghe macchie rosse chiazzare il pavimento e la polvere, presente in grande quantità, impastarsi con il sangue che perdevo copiosamente.
La vittima della mia vendetta non se la passava meglio: cadendo da un’altezza più alta e dalla parte opposta rispetto a dove ero riverso io, il mio aggressore aveva urtato uno dei banchi di studio e teneva la mano destra premuta sul fianco sinistro in corrispondenza del punto d’impatto. La mano impugnava ancora la spada, che ora spuntava da sotto l’ascella, diretta verso dietro.
“Ma da che parte stai?!” mi urlò contro, sofferente, poi, presumendo che io sapessi a chi si riferisse, mi redarguì, “Lo farai scappare!”.
La prima frase mi trattenne dall’infierire su di lui (ero già pronto ad assestargli un altro pugno, questa volta in faccia) e la seconda affermazione mi suonò così assurda che mi astenni anche dal rispondere alla prima.
La sorpresa maggiore fu, però, udire la risata sommessa di una voce maschile che avevo già conosciuto, ma non sapevo ancora riconoscere.
“Levati dai piedi, Nano!” continuò nel suo duro ammonimento il mio assalitore e, intanto, cercava di rimettersi in piedi sorreggendosi allo stesso banco su cui l’avevo fatto schiantare. Il cappuccio del mantello era scivolato verso dietro, e per la prima volta notai le orecchie leggermente a punta che spuntavano in mezzo a una massa di lisci capelli neri, la cui lunghezza era tale da far sì che finissero nel cappuccio stesso, afflosciato disordinatamente sul collo.
Tornò a puntare la spada davanti a sé con entrambe le mani, ma fu chiaro che non si rivolgeva a Vitr, bensì all’invisibile forza che lo tratteneva: “Siamo qui per te!” puntualizzò e poi, con voce decisa, intimò, “Lascialo andare e ci limiteremo a consegnarti…”.
“Non credermi così stolto!” rispose la voce, che proseguì, “E neanche sprovveduto: ho ben due Doni con me, una semplice spada non ti basterà!”.
Io mi ero trascinato carponi fino al parapetto che affacciava sul piano inferiore dell’Hugar-Hus e, tenendomi il naso con una mano, ripetevo a gran voce (sebbene nasale ed attenuata dal palmo della mano) il nome della guardia: “Lóni! Lóni! Aiuto!”.
Non ebbi alcuna risposta dal piano inferiore, anche se ero certo di aver visto qualcuno muoversi oltre l’uscio d’ingresso.
Si rivolse a me, invece, la voce ancora senza identità: “Smettila di gridare come un maiale scannato, dannato Nano!”.
Mi voltai verso di loro, ma non dissi nulla. Mi preoccupavo solo di arrestare come potevo il flusso di sangue che mi scorreva dal naso lungo l’avambraccio.
Il personaggio dalle orecchie elfiche aveva un aspetto giovanile e quell’atteggiamento fiero di chi non teme nulla e sa di poter controllare perfettamente la situazione, ma l’espressione dei suoi tristi occhi grigi lasciava trasparire tutta la sofferenza dell’urto contro il banco di legno.
Di tanto in tanto, si portava la mano sinistra al fianco dolorante, ma tornò alla doppia impugnatura per continuare la conversazione, ignorando la provocazione rivolta a me dall’interlocutore invisibile e rispondendo, invece, alla sua affermazione precedente: “Neanche io sono così stolto da farmi ingannare: abbiamo trovato il cadavere della tua amica! Hai drogato Angelo della Morte per rubarle il guanto, ma non lo stai usando…” spiegò, tradendo un certo nervosismo con il movimento oscillatorio della lama, poi chiarì ancora, “E questo… Questo vuol dire che non sei in grado di controllarlo! Non è così?”.
Parve titubante, quasi cercasse realmente una conferma alla sua ipotesi, e la botta al fianco doveva aver avuto conseguenze abbastanza gravi, perché il giovane iniziò a respirare affannosamente dopo quella frase e a socchiudere gli occhi ogni volta che inspirava, sintomo di un danno di una certa entità alle coste, che nella dilatazione del torace gli provocavano continua sofferenza.

Iniziando a temere di aver colpito l’unico in grado di fronteggiare la misteriosa entità, ripresi a chiamare disperatamente e inutilmente Lóni.
La voce senza nome ridacchiò prima di coinvolgermi: “Ti sbagli!” annunciò allo spadaccino vestito di verde, “Il guanto ce l’ha il Nano! E digli di smettere di chiamare quell’altro Nano, tanto è morto! L’ho ucciso!” fece una pausa, forse per osservare l’effetto che la notizia avrebbe avuto sul mio morale, poi riprese, “Ah, e l’altra guardia ero io, se ancora nutre qualche speranza… Quindi non arriverà nessuno a salvarlo! Chiedigli che Dono mi ha consegnato, piuttosto!”.
Mi voltai nell’udire infranta ogni mia fiducia in un aiuto esterno, ma non gli diedi la soddisfazione di mostrarmi sconfortato o addolorato dalla prima notizia; al contrario, il personaggio armato di spada mi guardò, visibilmente innervosito dall’aver ricevuto la seconda notizia: venire a conoscenza del fatto che io avessi consegnato un Dono (così il Corvo aveva chiamato la clepsamia quando me l’aveva estorta con la forza) fece corrucciare la fronte del mio aggressore, che ormai mi sembrava l’unico possibile alleato rimasto.
La voce non identificata sembrò divertita da quella reazione e lo schernì: “Chiediglielo, avanti!”.
In quel momento, ricordai il tono del Corvo nella taverna di Bróstna e riuscii finalmente a dare un volto all’invisibile personaggio misterioso: “Sì,” pensai, “sembra proprio la voce del Corvo…”.
Io fissai di rimando l’alto giovane dalle orecchie a punta e riuscii a dire solo: “Una clepsamia!”, ma vidi che mi interrogava con lo sguardo per chiedere se ci fosse altro e quindi aggiunsi, “E… E sabbia, un sacchetto di sabbia…”.
Nel frattempo, cercavo di parlare con una voce normale, non modificata dalla presenza della mano con cui trattenevo il sangue che ancora perdevo dalle narici.
“Nient’altro!” conclusi, nella speranza di porre così fine a quella scomoda situazione di cui mi sentivo vittima.
Tutti gli altri continuavano a tacere, ma il giovane mi scrutava ancora, quindi mi giustificai: “Mi hanno costretto… Con la forza… Erano in due e c’era quel guanto…”.
Il suo silenzio mi rendeva ancor più nervoso, quindi la mia rabbia esplose: “Ecco il guanto! Tieni!”. Cercai il guanto bianco nella giacca e lo lanciai su un banco di legno tra me e il giovane con le orecchie a punta, il quale si avvicinò lentamente, camminando di lato e tenendosi il fianco, facendo attenzione a non distogliere mai lo sguardo dalla zona in cui Vitr veniva trattenuto con la forza.
In mezzo a quella situazione caotica, mi ero quasi dimenticato del povero vecchio Vitr, che ora non aveva più la testa sollevata, ma solo leggermente girata verso la propria sinistra. La lunga barba pendeva di lato e la pelle del collo esposta alla vista sembrava arrossata e pressata in un punto, come se una punta fosse tenuta debolmente conficcata proprio lì. La mandibola del vecchio Sommo Saggio era serrata contro la mascella e i denti stretti erano lasciati scoperti dal labbro superiore in quella prolungata smorfia di paura che modellava il suo volto.

Il mio naso cominciava a smettere di sanguinare, ma sentivo grumi appiccicosi dall’odore ferroso sulle labbra e in mezzo alla barba.
Frattanto, il giovane col mantello verde aveva preso il guanto con la sinistra e lo stringeva in pugno.
“Se non hai il guanto, che Dono hai?” domandò rivolto al Corvo con voce vibrante, ma sforzandosi di farlo apparire un tono di sfida.
Il suo interlocutore sembrò ignorare la domanda e si rivolse a me: “Nano, ho udito la conversazione e ciò che hai raccontato a questo vecchio. Tu e la taverniera…” e lasciò che io intendessi quanto sapeva e che mi interessassi al suo discorso prima di lanciarmi la sua proposta, “E se ti dicessi che non è morta?! Eh, Nano?! Cosa saresti disposto a fare?”.
Tacqui.
Avevo visto io stesso il corpo di Bróstna scivolare nella lava, come poteva non essere morta?!
Fissai il giovane dalle orecchie elfiche: capì subito che la mia risolutezza stava vacillando e io capii dal suo sguardo che sapeva di non potersi più fidare di me.
Anche il Corvo colse il motivo della mia esitazione e ne approfittò per ribadire la sua proposta: “Eh, Nano, la rivuoi la tua amica? Uccidi il Mezzelfo che hai davanti e potrai riabbracciarla!”.
Mi ritrassi contro il parapetto di legno, combattuto tra etica e desiderio: ero davvero disposto a uccidere pur di riavere il mio amore?
“Ci stai ancora pensando, Nano?!” mi spronò il Corvo, ancora invisibile.
Presi tempo, tamponando con la manica il naso; la perdita di sangue si era interrotta e il dolore, in verità sopportabile già da prima, stava svanendo gradualmente.
Provai a inspirare col naso, ma il sangue ostruiva il passaggio all’aria, quindi desistetti per timore che si riaprisse la fontana di sangue, il cui sapore, intanto, mi invadeva la gola a causa della posizione sollevata della testa.
“Come è possibile?” domandai con atteggiamento scettico al Corvo, ma senza guardare nella direzione da cui proveniva la voce; piuttosto, tenevo d’occhio il Mezzelfo, non sapendo che comportamento aspettarmi da lui, ora che cominciavo a mostrarmi interessato all’allettante proposta del suo nemico.
“Ci sono tante cose che si possono fare con i giusti poteri… E i Doni conferiscono grandi, grandissimi poteri, ben oltre la tua immaginazione! Pensa a ciò che hai visto fare con quel guanto… Pensaci!” mi spronò il Corvo, mentre io continuavo a non rispondere, guardando solo il giovane dalle orecchie a punta per capire cosa aspettarmi, quindi la voce andò avanti con il suo discorso, “La clessidra che mi hai dato, per esempio: non sai nulla sulle sue capacità, non hai idea di quali poteri racchiude! Posso ridarti la tua amica… se uccidi il Mezzelfo!”.
“Ti sta ingannando, non lo capisci?!” mi disse l’altro nel tentativo di dissuadermi dall’attaccarlo.
“Una vita… per una vita!” sibilò il Corvo e passò a lusingarmi “Uno scambio equo, non ti sembra?! Non è il fiero popolo nanico famoso per saper fiutare gli affari?!”.
“Tu menti!” esclamai rivolto all’ultimo che aveva parlato per provare l’affidabilità della sua proposta.
“Davvero, Nano? Ne sei veramente sicuro?” mi domandò, marcando la seconda domanda per instillare in me il dubbio.
Io continuai: “Non ti credo! È morta, il suo corpo è stato buttato nella lava di un vulcano davanti ai miei occhi!”.
“Sei tu che sbagli!” mi fece la voce, suadente più di prima, e ancora, “Chiedi al Mezzelfo se, quando hanno controllato il corpo di Angelo della Morte, l’anima che hanno trovato all’interno del cadavere era la sua…”.
Non capii come fosse possibile ciò che farneticava la voce nel tentativo di convincermi, ma il giovane parlò spontaneamente, prima che potessi chiedergli spiegazioni: “È solo un assassino, non ha questi poteri! Se li avesse, non avrebbe esitato ad usali!” poi abbassò la spada per cercare di farmi capire che avrei potuto avere fiducia in lui, e mi parlò a voce bassa a causa della sofferenza inflittagli dal torace dolorante durante la frase precedente, “Può solo rendersi invisibile, credimi…” e, vedendomi indugiare, si rivolse allora al Corvo, “Lurido criminale! Non ti salverai!”.
Gridare dovette causargli una fitta atroce al lato del torace, perché chiuse gli occhi con forza, avvicinò il braccio al punto che gli faceva male e si piegò in avanti.
Non aveva risposto ai miei dubbi e alla richiesta del Corvo, ma non ebbi comunque bisogno di chiedere a parole, perché bastò il mio sguardo a farmi ottenere una risposta da lui quando, terminata l’invettiva e ripresosi dal dolore, tornò a guardarmi: “Sì, l’anima non era la sua, ma non vuol dire che sia lui ad avere quella che cerchi di riottenere, è tutto un trucco!” disse con un filo di voce e a quel punto quasi mi supplicò, “Devi ascoltarmi…”.
“Vuoi veramente fidarti di uno con le orecchie a punta, Nano? Rinunceresti alla tua amica per dare ascolto ad un Elfo?” mi chiese la voce, facendo leva sull’astio tra il mio popolo e quello elfico.
“Non sono un Elfo, sono un Mezzelfo!” ruggì il giovane, poi si rivolse nuovamente a me, “I nostri popoli collaborano da secoli! Io non sono un Elfo e non lo era neanche il mio nobile padre!”.
“Voglio provarti la mia affidabilità, Nano! Voglio dartene prova! Sono disposto a liberare questo vecchio Nano se farai ora ciò che ti dico!” fu la nuova offerta del Corvo e passò a descrivermela, “Da quel che ho capito, sei in grado di usare il bastone magico del vecchio, non è così?! Bene, allora prendilo e puntalo contro il Mezzelfo! Fallo e allontanerò il coltello dalla gola del vecchio, che te ne pare?”.
“Ecco cos’era: una lama affilata!” riflettei, avendo finalmente scoperto cosa premeva contro il collo del mio anziano maestro.

Vitr era ancora tra le grinfie del Corvo e la proposta non era compromettente quanto togliere la vita a qualcuno che neanche conoscevo: dovevo solo prendere il bastone runico e puntarlo, non ero tenuto a uccidere nessuno e avrei saggiato l’affidabilità del Corvo. La speranza di riavere Bróstna era troppo importante per non provare a capire se si trattasse di qualcosa di più concreto di una semplice illusione.
Mi mossi lentamente e con le mani sollevate, i palmi rivolti al Mezzelfo per non mostrarmi aggressivo; intanto, osservavo la sua reazione ed egli mi puntava con la spada in attesa della mia mossa. Mi seguì con lo sguardo per tutto il breve percorso, ruotando sui piedi per rimanere sempre di fronte a me.
Non disse nulla, forse perché aveva colto l’importanza che l’idea di riottenere Bróstna aveva per me e quindi non sarebbe più riuscito a farmi desistere o forse perché anche lui era interessato ad allontanare la lama dalla gola di Vitr.
Scansai la pipa e il libro (rimasti a terra vicino ai piedi di Vitr), arrivai al tavolino e presi il bastone runico del mio maestro; costui era così vicino a me che potevo sentire il respiro sofferente.
“Preso…” esclamai.
“Bene, Nano! Puntalo contro il Mezzelfo!” mi ordinò la voce, “Ora…”.
“Prima togli il coltello dalla gola del Sommo Saggio!” gli risposi con tono fermo per dare l’apparenza di avere ancora il controllo della situazione e della mia volontà, poi aggiunsi provocatorio, “Ora…”.
Il Mezzelfo era davanti a me, Vitr alla mia destra e io alternavo lo sguardo su entrambi. Muovevo solo gli occhi, il resto del corpo era immobile, teso come una balestra prima di scagliare il dardo, mentre attendevo che il Corvo rispettasse la sua parte dell’accordo.
“Va bene, Nano! Ecco!” annunciò la voce e, finalmente, la testa di Vitr fu libera dalla minaccia del coltello.

Mi focalizzai solo sul Mezzelfo e, tenendo il bastone runico nella mano destra, lo puntai contro di lui. Non avevo idea di cosa fare dopo, ma avrei venduto cara la pelle se si fosse arrivati allo scontro. Come non lo sapevo: era da moltissimo tempo che non usavo un bastone runico e qualsiasi cosa avessi cercato di fare avrebbe richiesto troppo tempo, la spada del Mezzelfo mi avrebbe trafitto prima. Tutt’al più, potevo colpirlo in faccia approfittando della sorpresa, ma era troppo distante anche per un attacco diretto ed era certamente più esperto di me nei duelli.
Vedendomi così deciso, di conseguenza il mio avversario si preparò ad affrontarmi: aprì e richiuse le dita prima di una mano e poi dell’altra per rinsaldare, infine, la presa di entrambe sull’elsa della spada.
In mezzo a noi, la lunga lama lucida brillava di rosso, illuminata dalla fiamma della candela sul tavolino.
“Fatto!” esclamai rivolto al Corvo, ma la pregiata arma runica mi fu subito strappata di mano, lasciandomi disarmato.
Era stato Vitr: più libero di muoversi, aveva deciso di riappropriarsi del suo bastone e usarlo per colpire l’invisibile piede del suo aggressore, che, colto di sorpresa dal dolore, urlò e sollevò la testa, lasciando cadere il cappuccio del suo magico mantello.
Così scoperta e, finalmente, priva della stoffa che la rendeva invisibile, la testa del Corvo apparve dal nulla dietro quella di Vitr.
D’un tratto, il Mezzelfo urlò: “Ora!”, prima di piegarsi su se stesso e quasi inginocchiarsi.
Un sibilo e, immediatamente dopo, il suono netto di qualcosa che si frantumava accompagnarono la caduta di una leggera massa molle e semiliquida sulla mia testa. D’istinto, mi ritrassi, riparandomi col braccio sporco di sangue, e mi voltai a guardare in alto alla mia destra, lato dal quale erano giunti i due rumori: il cranio del Corvo era reclinato verso di me, attraversato completamente da una lama, la cui punta ora affiorava dalla grossa apertura irregolare che essa stessa si era aperta tra la tempia e l’orecchio. Mentre fissavo, inorridito, materia celebrale maciullata pendere dalla testa del Corvo, il suo corpo senza vita aveva già iniziato ad afflosciarsi e, nonostante non potessi vederlo, dovetti sostenerne il peso affinché non cadesse su di me. Puntellato l’invisibile cadavere, la testa ciondolò violentemente tra le spalle come quella di un pupazzo agitato per aria, spargendo altri frammenti gelatinosi e sanguinolenti tutto intorno.

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