Fiumi di parole e nuvole di fumo (parte 2) (1×08)

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La pipa non mi era mai piaciuta e il fumo mi dava anche fastidio, ma soppressi i colpi di tosse con sorsi di birra accuratamente misurati che contribuivano anche ad annegare i rigurgiti di tristezza e malinconia: c’era stato un tempo in cui Bróstna, non conoscendo ancora i miei gusti, mi aveva regalato una costosa pipa lunga guardachiese: era il tipo anticamente usato dai guardiani dei luoghi di culto umani e per loro appositamente creato di tale lunghezza affinché i guardiani potessero svolgere il proprio compito all’interno e, allo stesso tempo, lasciando fuoriuscire il cannello da una finestra socchiusa, il loro fumo non infrangesse la sacralità del luogo. L’avevo portata con me in giro e avevo anche finto di fumarla in taverna, finché, in uno sfortunato giorno di finta fumata, Bróstna si accorse che la pipa non era nemmeno accesa e, con la comprensività che la contraddistingueva, mi concesse di porre fine alla farsa senza nemmeno adirarsi, a patto, però, che conservassi quel regalo con cura e lo esponessi in casa, condizione che rispetto tutt’ora.

“La conoscevi?” mi chiese Mastro Vitr, rompendo il silenzio.
Perso nel ricordo, esitai.
“Bróstna intendo…” precisò l’anziano maestro.
Annuii in silenzio, mentre, dall’altra parte del tavolo, il saggio riportava la pipa alla bocca.
“Ecco perché eri qui…” dedusse, erroneamente, ma non avevo voglia di parlare e quindi lo lasciai proseguire, sperando che le sagge parole di Vitr potessero alleviare in qualche modo il mio dolore.
E così il mio vecchio maestro iniziò: “Ma se tu rammentassi gli insegnamenti che io e gli altri runatori ti abbiamo dato quando ancora studiavi qui…” s’interruppe e poi riprese con il tono da formula imparata a memoria e ripetuta un’infinità di volte, “Ogni Nano è composto da sei parti: líkamr, il corpo; hamr, l’aspetto; hugr, il pensiero razionale; munr, il desiderio irrazionale; fylgja, un famiglio o una creatura affine; hamingja, la sorte ereditata dagli Antenati. Di queste, solo hamr, il componente più debole, va realmente distrutto con la morte, mentre líkamr torna come materia da plasmare nelle mani della Grande Madre affinché ella forgi un nuovo corpo.” il rumore di un urto proveniente dal piano inferiore attirò la mia attenzione, ma il saggio Vitr seppe recuperarla immediatamente e continuò, come se non si fosse accorto di nulla, “Tutto ciò che rientra nella sfera di sál, l’anima in senso esteso, resta, invece, tra noi, mio caro, sebbene sotto altre forme: hugr e munr si liberano insieme dal vecchio involucro mortale per acquisirne uno nuovo, mentre hamingja, ereditata dagli Antenati e arricchita delle esperienze e delle virtù del defunto, passerà ad un discendente, motivo per il quale il nostro popolo tramanda i nomi alle generazioni successive. Tu, per esempio, mio caro Thrár, porti lo stesso nome di quel grande e valoroso Nano che era il padre di tuo padre!” sospirò, “Che la sua ascia sia sempre affilata nel Valhöll!” bevve dal boccale fino a svuotarlo, poi concluse ridendo e puntando la pipa verso di me, “E come lui, sei sempre stato un Nano cocciuto! I nomi non mentono, mio caro!”.
Non sapevo come reagire a quell’improvvisa introduzione nel discorso del mio omonimo antenato, per cui, essendo stato attento a tutto il discorso e avendo sciaguratamente perso memoria di quasi tutti quei vecchi insegnamenti, fu abbastanza spontaneo per me domandare con sincera curiosità: “E fylgja?”, in maniera tale da riportare il dialogo su argomenti più interessanti e meno personali.
“Se sufficientemente forte, il legame con il fylgja o con i fylgjur viene conservato immutato. Secondo i miti degli Antichi, un fylgja non è altro che un intreccio di due símu e mi simulò l’accavallamento dei due ipotetici fili del Destino con le dita della mano, “nell’arazzo dell’ørlög governato dalle tre Nornir. E se il più robusto dei due cede, anche l’altro potrebbe spezzarsi, mentre, al contrario, se il più debole si spezza, esso potrebbe rimanere intrecciato al più forte e sopravvivere finché quest’ultimo resta sano.” ed infine, quasi fosse una morale del racconto, aggiunse, “L’amore è l’unica falla nel rigido sistema che regolamenta il destino dei mortali, mio caro Thrár…”.
Su quest’ultima frase, il vecchio Vitr alzò lo sguardo, tirò la pipa e rimase in silenzio, quasi attendesse da me delle congratulazioni per la splendida conclusione, ma tutto ciò che ottenne fu una nuova domanda: “Ma Maestro, come è possibile?”. Sapevo di annaspare in un discorso più elevato e vasto di quanto potessi gestire (se sono riuscito a riportare qui le parole di quel dotto discorso è stato con molta fatica e grazie anche al supporto di qualche vecchio manuale), ma in quel momento una curiosità e una speranza si riaccendevano in me.

Ero impaziente di ottenere una risposta, ma dovetti pazientare: alla mia destra, dove si trovava la scala a chiocciola che avevamo usato per raggiungere il piano superiore, qualcuna delle tavole di legno nella porzione superiore scricchiolò ripetutamente, distogliendo Vitr dal mio quesito.
Questa volta, complice anche il silenzio conseguente alla mia domanda, anche l’anziano maestro aveva udito il rumore e questo lo fece sprofondare in uno stato di amara riflessione.
Volto lo sguardo all’ultimo scalino (l’unico visibile), Vitr assunse un’espressione afflitta e malinconica, conseguenza visibile di un qualche profondo tormento latente che quel semplice scricchiolio aveva fatto riaffiorare; doveva trattarsi di un pensiero alquanto spiacevole, visto che il vecchio saggio prima si morse il labbro inferiore più di una volta e poi, senza distogliere lo sguardo dal punto che fissava ormai da un po’, riportò la pipa alla bocca e passò a fumare, ma senza impegno: aspirò rumorosamente due brevi boccate e, aprendo solo le labbra, soffiò fuori una lunga e sottile nuvola di fumo. Ripeté meccanicamente quella sequenza per altre quattro o cinque volte.
Io, limitandomi a tossire a causa del fumo solo quando non riuscivo più a trattenermi, rispettavo il suo momento di triste raccoglimento, cercando, però, di leggere sul suo volto le amare considerazioni che occupavano la sua mente e magari addirittura la causa scatenante, ma fu lo stesso Vitr ad esplicitarmi i suoi pensieri: “Questo posto….” soffiò via il fumo tutto in una volta prima di continuare, “Tutto qui ha perso il suo splendore…”.
L’improvvisa uscita dal baratro della malinconia fu accompagnata da uno spostamento dello sguardo: Vitr alzò la testa e guardò in alto, accarezzandosi con la mano libera la lunga barba a partire dalle guance verso il basso. Io tacqui ancora, ma gli anziani occhi di Vitr, di solito duri e penetranti, quella volta evitarono di incrociare i miei nel passaggio dallo scalino di legno al soffitto di pietra. Ciò nonostante, scorsi comunque, alla luce della candela sul tavolo e in mezzo alla nuvola di fumo della pipa, quanto i suoi occhi fossero visibilmente lucidi; un suo veloce battito di ciglia a testa alta tradì il tentativo di intrappolare nella palpebra inferiore una lacrima prossima a scorrere in un solco della pelle raggrinzita, una delle tante rughe che partono dalla coda dell’occhio quando si è giunti alla veneranda età di Mastro Vitr.
Da molto tempo Sommo Saggio, quel vecchio Nano sentiva la pesante responsabilità di preservare l’antica (ma ormai calante) gloria dei runatori in un periodo di diffuso declino morale, compito oltremodo aggravato dalla solitudine insita in un tanto prestigioso ruolo. Udendo lo scricchiolio strutturale del luogo simbolo dei Chierici delle Rune, specchio visibile della fatiscente condizione dell’ordine magico-religioso a lui affidato, aveva ceduto sotto il gravoso fardello, rivelando il fragile Nano che si celava dietro al pesante scudo dell’apparenza.

Non fu facile resistere al coinvolgimento emotivo davanti a quella scena di tenera commozione, ma fu ancora una volta Vitr, da saggio e buon Maestro, a riportare il discorso sul vecchio binario: “Mi avevi fatto una domanda…”.
“Sì, Maestro…” fu tutto ciò che riuscii a dire prima che fossi costretto a deglutire, in parte a causa del fumo che si addensava sempre più intorno a noi ed in parte a causa della mia partecipazione emotiva allo stato d’animo di Vitr.
“Dicevamo… L’amore… Il destino…” si portò la pipa alla bocca, ma, ancor prima di poter aspirare, recuperò il filo del discorso ed esultò, “Ah, sì, ecco: volevi sapere come è possibile che l’amore sconfigga il destino! Beh, semplice: le Nornir sono tre Jötnar.” mi spiegò, forse ritenendo la risposta sufficientemente chiara, ma poi, rivalutando la mia conoscenza e le mie lacune, espresse il suo dubbio, “Questo lo ricorderai, spero…”.
Aveva appena aspirato dalla pipa e mi fissava insistentemente nell’attesa di una conferma, per cui pensai fosse il caso di non essere del tutto sincero e risposi affermativamente, ma fu subito palese che non lo convinsi affatto, perché soffiò con forza del fumo dalla bocca in un denso sbuffo e riprese: “Non conoscono l’ást nella forma con la quale lo intendiamo noi: per gli Jötnar, ást equivale a gaman: si tratta di un incontro esclusivamente fisico, non vi è quel nobile sentimento di kærleikr che eleva il rapporto tra due creature affini per un periodo più lungo…”.
Per me, in quel momento, era come se Vitr mi avesse parlato in Elfico, se non in qualche lingua ancora più incomprensibile, quindi osai riordinare le idee ad alta voce: “Un attimo, Maestro. Vediamo se ho capito…” lo fermai prima che mi travolgesse con altre nozioni, “Per le tre Nornir l’amore… semplicemente non esiste?”.
“E io cosa ho detto?!” sbottò Mastro Vitr allontanando la pipa e sporgendosi sul tavolino verso di me per guardarmi negli occhi, poi tornò mite, si riappoggiò allo schienale e, pipa tra i denti, chiarì, “Niente affetto: non sanno cosa sia…” e recitò nuovamente, “L’amore è l’unica falla nel rigido sistema che regolamenta il destino dei mortali!”.
Neanche questa volta gli concessi le congratulazioni.
Forse alimentata anche da questo motivo, una scintilla di fuoco brillò negli occhi del mio vecchio Maestro di Antichi Scritti Runici, facendo evaporare quanto era rimasto delle malinconiche lacrime di poco prima.
Ricordavo quello sguardo di ardente stizza e sapevo che non era affatto un bene per me, anche perché non ero sicuro che il non essere più suo apprendista novizio mi evitasse le bastonate sulla testa che spettavano a impreparati e distratti, bastonate che Vitr elargiva con tanta generosità da poter competere con un Troll infuriato, per cui cercai di condurre il dialogo su altri argomenti: “Maestro, avete ancora quel vecchio tomo sul Dono della Grande Madre?”.
Mi fissò con un sopracciglio alzato: era Sommo Saggio per validi motivi, non era facile dirottare una conversazione con lui, ma mi sforzai di reggere il suo sguardo e di sembrare tranquillo. Fortunatamente, l’idea che io potessi chiedere di un libro dovette sorprenderlo positivamente e forse addirittura incuriosirlo, perché si disinteressò alla mia ignoranza e silenziosamente si alzò, pipa in mano, per cercare nella libreria a sinistra del piccolo scrittoio dal quale aveva prelevato i sacchettini di erbe per la pipa.

L’argomento della taverna di Bróstna era caduto nel dimenticatoio, ero riuscito ad evitare le bastonate ed avevo anche eluso il discorso sul mio antenato: il pericolo poteva dirsi scampato.
C’era ancora della birra sul fondo del mio boccale e festeggiai il successo bevendola tutta in un sorso.

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