Fiumi di parole e nuvole di fumo (parte 1) (1×07)

4 Flares Facebook 0 Twitter 3 Google+ 1 StumbleUpon 0 LinkedIn 0 Reddit 0 Email -- 4 Flares ×

Era trascorsa quasi una vika dal funerale di Bróstna: il mio cuore era ancora colmo di dolore e rabbia e nella mia testa turbinavano pensieri di vendetta.
Avevo incontrato i miei compagni della squadra estrattiva e avevo mentito sul crollo, sostenendo di essere uscito in tempo e di non aver sentito alcun rumore, così da evitare spiegazioni che non sapevo dare neanche a me stesso. Solo un Nano avrebbe forse potuto soddisfare i miei dubbi: Vitr, il più sapiente tra i saggi.
I Fjórir-Vissa sono i Quattro Savi che dai tempi degli Antichi supportano il nostro re nelle decisioni più rilevanti e gestiscono la conoscenza del popolo nanico, tramandando racconti e tecniche di lavorazione; all’epoca degli avvenimenti di cui qui si racconta, il più anziano tra loro era proprio Vitr, il quale ricopriva la carica di Sommo Saggio e, conseguentemente, di consigliere reale.
Quando giunsi all’Hugar-Hus, la Casa del Pensiero, il collegio dei saggi era riunito per la nomina di un nuovo giovane Chierico delle Rune e due guardie vestite di una leggera armatura verde e rossa mi precludevano l’accesso alla sala principale con le loro alabarde incrociate e la loro espressione statuaria e minacciosa.
Il Sommo Saggio spiccava al centro della sala, in piedi davanti allo scranno con lo schienale più alto, mentre gli altri savi maestri sedevano nei rimanenti tre piccoli troni. I nobili sedili, compreso quello di Vitr, erano stati scolpiti nella pietra con forme semplici e squadrate e poi disposti a croce, rivolti verso il centro della sala per permettere al collegio di discutere le importanti questioni affidate loro.
I Fjórir-Vissa circondavano il novizio, del quale riuscivo a scorgere solo il cappuccio della tunica bianca, seminascosto com’era da chi dei quattro sedeva con le spalle rivolte all’ingresso.
Al di sopra degli scranni, potevo intravedere anche il piano superiore, il quale occupava soltanto metà dell’estensione della sala principale ed era stato ricavato a discapito dell’antica e alta volta a cupola.
Scuotevo nostalgicamente la testa nel rivedere le antiche librerie che nascondevano completamente le pareti del piano inferiore e scomparivano gradualmente nel buio al crescere dell’altezza. Non avevo mai avuto accesso ai tomi riposti nei piani superiori degli scaffali ed il fatto che rimanessero lassù, in gran parte celati dalla penombra, se non addirittura dall’assoluta oscurità, accresceva in me il mistero nel quale erano avvolti.
Dall’alto soffitto pendeva un povero candeliere circolare in legno, il quale illuminava scarsamente entrambi i piani e addirittura lasciava completamente in ombra il fondo della sala principale, dove la già poca luce delle candele era anche ostacolata del mezzo piano superiore, creato in tempi successivi per ospitare altri scaffali e i banchi di studio.
L’Hugar-Hus mi rendeva estremamente nervoso e mi riportava alla mente molti di quei felici momenti appartenuti a tempi migliori, periodi della mia vita carichi di quella speranza di cui ero a corto in quel momento e che confidavo di recuperare attraverso le sagge parole di Mastro Vitr. Il ricordo delle noiose lezioni tenute da Mastro Fjalarr, delle lunghe traduzioni in runico, dei polverosi volumi da studiare, delle tavolette da incidere faticosamente, dell’odore di libri e candele,… tutti quei frammenti di vita passata risvegliavano in me nostalgia ed invidia verso il nuovo novizio: sarei potuto essere al suo posto, mentre, dopo tanto impegno, avevo dovuto rinunciare alle mie ambizioni, trascinato dal Fato verso altre strade.

Osservavo la scena affacciandomi impazientemente sulla soglia, nel tentativo di incrociare lo sguardo del mio vecchio maestro, ma gli unici sguardi che sentivo addosso erano quelli infastiditi delle guardie, sicché iniziavo a prendere in considerazione l’idea di abbandonare il mio proposito e mettere a tacere i miei dubbi o, quantomeno, tornare in un altro momento, ma, quasi al termine del rito, Vitr socchiuse appena le palpebre e fissò lontano davanti a sé, verso l’ingresso e quindi verso me, dandomi l’idea che mi avesse notato e fors’anche riconosciuto. Tanto bastò a trattenermi: probabilmente ero stato visto e non potevo più fuggire.
Poco dopo, le guardie aprirono il passaggio: il novello chierico sfilò davanti a me con il lucido mantello svolazzante appena ottenuto ed io mi ritrovai inaspettatamente viso a viso con Vitr, il quale mi sondava con i suoi penetranti e imperscrutabili occhi chiari.
Abbassai vergognosamente lo sguardo sulla sua raffinata tunica color porpora e oro, ma ero certo che continuasse a fissarmi con aria di rimprovero.
Quando gli altri Saggi ci passarono accanto intenti a discutere tra loro, approfittai della distrazione di Mastro Vitr per ritornare a guardarlo: era meno minaccioso di quanto fossi stato indotto a credere e i rugosi zigomi sporgenti erano sollevati, abbozzando un sorriso largo, ma che non mostrò i denti finché non sorrisi anche io. Vitr, a quel punto, poggiò il braccio sinistro sulla mia spalla e continuò a sorridermi bonariamente.
“Orbene, cosa ti ha riportato in questo vecchio luogo polveroso, mio caro vecchio Thrár?” mi domandò con semplicità, come se dal nostro ultimo incontro fosse trascorso appena qualche dagr. Con la stessa naturalezza, scostò il lucido mantello porpora e, usando il bastone, mi fece cenno di precederlo nella sala dalla quale era appena uscito: questa volta, le guardie sostavano ai lati del passaggio, con le alabarde piantate verticalmente tra le lastre di pietra del pavimento, lasciandomi finalmente accedere, non senza avermi prima tacitamente ammonito un’ultima volta con gli occhi. Sono certo che la più alta delle due guardie abbia addirittura ruotato il collo per seguirmi con lo sguardo anche dopo che io ebbi varcato la soglia, ma non mi curai di assicurarmene.
Attraversammo la sala e lo seguii sulla stretta e cigolante scala a chiocciola che portava alla zona di studio del piano superiore. I due piani erano collegati esclusivamente da quella tortuosa serie di gradini posta sul fondo della sala principale dell’Hugar-Hus, nell’angolo a destra rispetto all’ingresso, affinché, così nascosta dalla lunga ombra del mezzo piano superiore, lasciasse intatta, almeno apparentemente, la simmetria di quello inferiore.
“Avrei alcune domande, Maestro…” accennai io con riverenza e con lo sguardo rivolto ai miei stivali, mentre poggiavo il piede sull’ennesimo scalino traballante e scricchiolante.
“Come tutti, mio caro!” mi rispose ironicamente, nonostante il leggero affanno.
Mi fermai sull’ultimo scalino e lo seguii esclusivamente con lo sguardo mentre si sedeva ad un tavolino ovale a lato dell’unica piccola finestra ricavata al centro della parete di fondo; subito dopo, indicandomi una sedia, mi incoraggiò eccitato: “Che aspetti? Siedi, siedi! Si parla meglio seduti!”.
“Come Vi stavo dicendo, Maestro…” iniziai, ma mi fermò: “Sai come si parla ancora meglio? Sorseggiando birra e fumando!”.
Così dicendo, scattò in piedi e si diresse a lunghi passi verso il parapetto che delimitava uno dei due lati lunghi del piano superiore, l’unico dal quale ci si poteva affacciare sulla parte anteriore della sala sottostante, essendo l’altro delimitato dal muro con la finestra.
Battette un paio di colpi col suo bastone runico sul parapetto di legno e una delle due guardie sbucò dall’ingresso che presidiava e, probabilmente inchinandosi come è d’uso, si rivolse al Sommo Saggio urlando verso l’alto “Segið, Meistari Vitr“.
Tveir bjórar!” ordinò il vecchio.
Non riuscii a scorgere la scena neanche sforzandomi di allungare il collo, ma lo scambio di battute fu talmente breve che non avrei avuto il tempo di raggiungere il parapetto prima della risposta di Vitr, il quale attraversò nuovamente il piano superiore e si diresse verso un piccolo scrittoio di fronte alla scala, aprì il cigolante piano ribaltabile e fece scattare, premendolo, un basso cassettino nascosto all’interno, dal quale estrasse, infine, alcuni piccoli sacchetti di cuoio nero, apparentemente pieni e allo stesso tempo leggeri.
Quando tornò al tavolino, accese, toccandola con il bastone runico, la candela che vi si trovava sopra e si sedette rilassato sulla sedia, poggiando i gomiti sui braccioli e allungando le gambe.

Mi guardava sorridendo da un po’, quando improvvisamente svelò i suoi pensieri: “Hai studiato per anni qui, ma questa non l’avete mai scoperta voi apprendisti novizi…”.
“Veramente, Maestro…” accennai, abbassando la testa per sfuggire al suo sguardo e mordicchiandomi le labbra divertito.
Scoppiò in una fragorosa risata e continuò: “Ho sempre creduto che fosse il povero Mastro Fjǫlsviðr ad attingere alla mia riserva!” rise ancora, poi si guardò attorno e, sporgendosi in avanti verso di me, come se fosse sul punto di confidarmi un segreto, continuò sottovoce, “Ma questa di certo non la sa nessuno, mio caro…”.
Mentre corrucciavo la fronte in un’espressione di sincera perplessità (avevo passato molte ore in compagnia degli altri apprendisti novizi alla ricerca dei segreti dell’Hugar-Hus, tra cui il cassettino segreto), il Sommo Saggio aveva iniziato ad armeggiare con il suo bastone runico, dal quale smontò una pipa in legno, perfettamente nascosta nella sommità leggermente ricurva dell’asta di legno, della quale costituiva la testa; la portò davanti al mio viso per mostrarmela meglio e me la descrisse compiaciuto: “Ampio fornello in radica pregiata, cannello ricurvo in ebano, interamente lavorata a mano insieme al resto del bastone. Meravigliosa, nevvero? Un regalo dalla lontana Lorentia.”.
“Certamente, Maestro…” commentai sorpreso e anche un po’ a disagio (non essendo io un esperto di pipe), ma il vecchio Vitr aveva poggiato il bastone al tavolo e stava già estraendo un pizzico di contenuto dal primo sacchetto di cuoio, annunciandomene il nome: “Salvia officinale…” poi aggiunse, ridacchiando e sottovoce, “Quella profetica è meglio conservarla per altre occasioni!” e di nuovo a tono normale, “Oggi dobbiamo parlare!”.
Con quello che aveva prelevato ancora stretto tra le due dita, spiegò con l’altra mano un tovagliolo bianco che teneva lì sul tavolo e vi lasciò cadere ciò che si rivelò essere una piccola manciata di foglie essiccate e tritate.
Ripetè la stessa operazione con altri due sacchetti, contenenti il primo foglie di lampone ed il secondo foglie di verbena, mescolando, infine, tutte le foglie tritate all’interno del fazzoletto. Quando ebbe mescolato a sufficienza, piegò il fazzoletto a guisa di imbuto e lo usò per riversare tutto il contenuto nella pipa.
Al termine, come se si fosse improvvisamente ricordato di non essere solo, mi domandò: “Cosa eri venuto a chiedermi?”.
“Sì, Maestro,” iniziai, mentre Vitr accendeva un bastoncino dall’estremità ricoperta di polvere di zolfo aiutandosi con la candela e lo usava a sua volta per accendere la pipa; io lo osservai per un po’ prima di continuare titubante, “intendevo domandarvi alcune informazioni riguardo…” ma fui nuovamente interrotto: la guardia era tornata con i due boccali di birra che gli erano stati ordinati e li aveva poggiati con poca delicatezza sul tavolo.
“Oh!” esultò il vecchio Saggio e mi esortò a bere in nanico: “Drekk!”.
Ubbidii e Vitr trangugiò anch’egli un mezzo boccale, poi si voltò verso la guardia e, portandosi la pipa alla bocca, gli domandò stizzito: “Come mai così tanto tempo, Lóni?”.
Meistari, Drekna-Inni læsti…” gli rispose la guardia con l’espressione di chi si scusa ma vuole lasciar intendere di non averne colpa.
“Ah… Non importa…” tagliò corto Vitr con la pipa ancora tra i denti e vistosamente stupito dalla notizia della chiusura della Drekna-Inni; congedò sbrigativamente con un semplice “Thökk” di ringraziamento la guardia Lóni, che presumibilmente sarebbe tornata ai propri incarichi, e fissò il boccale di birra, mentre io non osavo riprendere il discorso.
“Chissà come mai ha chiuso…” commentò il vecchio mentre si apprestava ad aspirare dalla pipa.
“Morta…” commentai con amarezza.
“Chi?” domandò stupito il mio anziano interlocutore, ritraendosi di scatto.
“Bróstna” fu la mia secca ed amara risposta.
Il silenzio calò tra di noi ed entrambi abbassammo lo sguardo amareggiati, mentre il vecchio saggio fumava lentamente e soffiava via piccole nuvole di fumo chiaro dall’odore dolciastro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*