Il prezzo di un’anima e la rovina di molte (1×06)

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Le esequie di Bróstna furono celebrate in maniera pressoché essenziale, dal momento che, non essendole rimasti parenti, fui io l’unico presente.
Quando arrivai al passaggio d’accesso per Rúna-Holl, la grande Aula delle Rune dove si svolgono i principali riti religiosi di Witrhamarr, il celebrante mi attendeva sulla soglia della sala, ingobbito e saldamente aggrappato con entrambe le mani a un bastone metallico più alto di lui.
Era un Nano anziano, dalla barba bianca lunga e a punta, avvolto in un leggero mantello rosso lucido che presentava sui bordi una raffinata fascia dorata decorata con motivi runici. Sul cappuccio, abbassato fino a coprire la fronte e gli occhi, era stata cucita un’altra runa a forma di croce obliqua, Gebo. Quando mi avvicinai, il chierico si presentò come Mastro Runatore Lovarr e mi invitò a seguirlo lungo il corridoio, una lunga e bassa galleria che correva sotto un’alta parete di roccia nera.
L’Aula delle Rune era stata interamente ricavata nella roccia sul pendio del vulcano Eldfell, il più grande vulcano della catena montuosa in cui è incastonata la città.
L’interno della galleria che conduceva a Rúna-Holl era rischiarato dalle fiaccole fissate sulle pareti; dalle piccole statue laterali poste su minuscoli piedistalli partivano lunghe ombre che si stendevano sul tappeto rosso centrale su cui procedevamo. Il chierico camminava a passo spedito per l’età che dimostrava, ma a circa metà della lunghezza dell’Aula, si fermò bruscamente e fece cenno a un paio di Nani scompostamente seduti su una panca compresa tra due statue; prontamente, si avvicinarono entrambi e, finalmente, tutti varcammo l’arco in fondo al corridoio.

Erano alcuni ár che non partecipavo ad un rito e la sala mi apparve più piccola e trascurata di come la ricordassi: alcune panche di legno presentavano rotture in più punti e quelle più lontane dall’altare erano anche ricoperte da uno spesso strato di polvere grigia; dalle fenditure aperte nelle pareti di roccia scura spuntavano pallide erbe selvatiche e funghi dal cappello marrone o bianco; numerosi frammenti di roccia, prima incorporati nel soffitto, erano sparsi sul pavimento, anch’esso di roccia nera, e la grande statua della Dea Madre (prominente sull’altare dalla parete di fronte all’ingresso) aveva subito piccoli cedimenti, motivo per il quale era stata puntellata con una grossa trave. Perfino a Rúna-Holl i fasti dei tempi antichi avevano gradualmente ceduto il passo all’attuale sfacelo, facendone lo specchio del degrado dell’intera città e, temo, della rovina a cui si è condannato il popolo nanico.
Solo la statua conservava un barlume dell’antico splendore: tra le mani chiuse a coppa ardeva un imperituro fuoco che le faceva scintillare gli occhi, impreziositi da due grosse pietre rosse di grande pregio, ben tagliate e molto lucide. Mi meravigliai che non fossero state trafugate e rivendute.
La statua della Grande Madre presente nell’Aula delle Rune era la più antica mai costruita e si raccontava risalesse all’edificazione di quel luogo di culto, di poco successiva alla fondazione di Hellirdvergar. Solo in seguito alla rovina della prima città nanica sotterranea era sorta la fortificazione di Witrhamarr nei pressi di Rúna-Holl.

Intento ad osservare la degradazione che affliggeva quel luogo e a riflettere sul destino della mia gente, non mi accorsi che i due inservienti erano usciti da una piccola porta a destra della grande statua. Quando rientrarono, portavano il corpo esanime di Bróstna, avvolto in un lenzuolo nero.
Alla vista di quella scena, le lacrime mi sgorgarono copiosamente dagli occhi. Mi sforzai di trattenerle e mi avvicinai di qualche passo.
La coppia di Nani depositò il cadavere sul monolitico altare di pietra e ne scoprì il volto affinché il chierico conferisse la runa di benedizione.
Il runatore si portò dall’altro lato rispetto al corpo, di fronte a me, e rimosse con un soffio una linea verticale di cenere depositata sulla fronte della mia amata (probabilmente Isa, la runa d’arresto usata per conservare il corpo). Infine, mi fece cenno con la mano, ma io scossi la testa: non avrei voluto vederla così, preferivo ricordarla come era stata in vita: sempre sorridente, come lo stesso nome che aveva ereditato dalla nonna indicava. Abbassai lo sguardo, chiusi gli occhi e rimasi in attesa dell’inizio della cerimonia.

Il chierico iniziò a biascicare a bassa voce le varie formule di rito, mentre la mia mente tornava a tutti i momenti difficili in cui Bróstna era stata l’unica veramente vicina a me. Mi accorsi che stavo inconsciamente fissando il lungo naso ricurvo che spuntava tra la bocca sdentata e il cappuccio del runatore Lovarr solo quando questi si voltò verso la statua e sollevò il cappuccio, rivelando di essere calvo fino alla nuca; da lì partiva una canuta cascata di radi capelli, terminante nel cappuccio. Chinato il capo, il vecchio prese un sacchetto inserito nella manica destra della Grande Madre e, poggiatolo sull’altare, ne estrasse un ciottolo divinatorio, lo arroventò sul fuoco tenendolo con una pinza dorata e, trasferendola dal ciottolo, impresse la runa sulla fronte della mia amata. Dopodiché, fece cenno ai due addetti che attendevano nervosi all’ingresso della sala.
Prima che richiudessero il lenzuolo, mi feci coraggio e allungai lo sguardo verso Bróstna: sulla pelle bianca si stagliava il piccolo marchio a fuoco della runa Dagaz appena segnata dal celebrante. Per fortuna, il lenzuolo fu chiuso prima che la commozione mi assalisse nuovamente.

Il corpo fu trasportato fuori dalla sala attraverso la porta da cui era stato introdotto e nello stesso modo in cui era stato trasportato prima; questa volta, però, era seguito dall’anziano runatore e da me. Un’ondata di aria rovente e secca mi investì, rendendo l’aria pesante e costringendomi a respirare con la bocca: l’angusto passaggio conduceva a una piccola superficie di roccia abbastanza pianeggiante che affacciava sul cratere del vulcano Eldfell, la Montagna di Fuoco. L’Eldfell non erutta da prima della fondazione di Witrhamarr, ma conserva una camera magmatica attiva e il magma affiorava proprio nel baratro al di sotto della piccola piattaforma rocciosa su cui si celebravano i riti funebri.
Al centro, c’era una lastra di pietra sistemata su un basso carrello, a sua volta posto su un corto binario che terminava sul bordo del precipizio. I due Nani si tennero vicino all’ingresso, nella zona più fresca, attendendo che il runatore avesse compiuto quanto necessario per adeguare la spoglia tavola in pietra allo scopo religioso: l’anziano celebrante tracciò un cerchio intorno al carrello servendosi del’estremità inferiore del bastone metallico e, quando ebbe terminato, diede un tocco alla lastra, facendo brillare debolmente di rosso prima solo le rune poste lungo i quattro lati verticali e poi anche il solco a forma di cerchio che era appena stato tracciato nella polvere depositata al suolo.
Secondo tradizione, il corpo fu privato del lenzuolo funebre ed adagiato direttamente sulla tavola runica. Intanto, Mastro Lovarr abbassò nuovamente il cappuccio sulla fronte per pronunciare l’ultima frase (la più solenne e l’unica vagamente comprensibile tra tanti cenni muti e formule sussurrate) della mesta cerimonia: “Grande Madre, libera quest’anima segnata con la runa del rinnovamento dal suo involucro materiale, purificala nel fuoco, rendila cenere, forgiale un nuovo corpo vigoroso e donale nuova vita nel tuo grembo. Il tuo popolo la affida a te come Bróstna, o Grande Madre, affinché tu la restituisca a noi sotto nuova forma.”.
Qualche lacrima di dolore colò lungo le mie guance, mescolandosi con il sudore che grondava ovunque sul mio viso, persino negli occhi, accentuandone il bruciore.

L’illuminazione delle rune e del cerchio si affievolì lentamente fino a spegnersi.
Solo a quel punto i due addetti si avvicinarono al carrello e lo spinsero lungo il binario. Poco prima del bordo, un sordo scatto metallico avviò l’inclinazione della lastra affinché il lato rivolto verso il precipizio, dove si trovavano i piedi di Bróstna, fosse più in basso, cosicché, arrivato il carrello al termine del binario, il corpo scivolasse lentamente nel vuoto fino al lago di magma sottostante. E così avvenne.
Un rigurgito di lava incandescente si sollevò dalla superficie quando il corpo la attraversò ed essa lo inghiottì all’istante: l’anima di Bróstna si era appena liberata dal corpo, almeno stando alle antiche leggende su cui si fonda il Culto Runico, unico credo nanico.

Tutto si svolse in pochissimo tempo, dandomi l’impressione che il rito fosse stato compiuto con superficialità e in modo sbrigativo, senza rispetto per ciò che Bróstna aveva rappresentato e avrebbe continuato a rappresentare per me.
Quando i due addetti alla cerimonia si avvicinarono con ostentata e falsa ossequiosità, diedi loro un paio di monete d’argento, ma compii il gesto cercando di reprimere solo una piccola parte della stizza che il loro atteggiamento mi aveva fatto montare. Avrei voluto farla pesare maggiormente, ma la circostanza del rito funebre di Bróstna mitigò il mio istinto.
Mentre gli altri due tornavano a sistemare il carrello, il vegliardo si avvicinò a passo spedito e mi artigliò il braccio per sorreggersi mentre mi accompagnava fuori.
L’aria divenne improvvisamente fredda appena rientrati nella sala principale e pensai che fosse stata usata qualche runa per impedire che il caldo del magma vulcanico invadesse anche quel luogo. L’escursione termica mi fece quasi rabbrividire quando il sudore iniziò a gelarmi addosso per il brusco calo di temperatura.

Arrivati all’inizio del corridoio tra l’Aula delle Rune e l’uscita, l’anziano runatore si arrestò, ma non lasciò la presa, anzi, mi trattenne con forza. Quando, avvertendo il modesto strattone, mi voltai, il vecchio Nano si schiarì la voce con un colpo di tosse, lasciandomi finalmente il braccio per coprirsi la bocca con la manica, e poi mi porse la mano aperta, almeno per quanto le sue vecchie ossa gli consentivano di fare senza troppo sforzo.
Lo fissai con incredulo ribrezzo ed il vecchiardo, forse avvertendo la mia resistenza, mi indicò la statua della Grande Madre e pronunciò, per la prima volta con voce chiara, una sola parola: “Offerte…”.
Pensai che avrebbe certamente dovuto schiarirsela prima della cerimonia la voce, ma intesi bene il riferimento, così estrassi una moneta d’oro dal mio borsello e, irritato, gliela poggiai sul palmo aperto. Evidentemente, ritenne che l’offerta non fosse sufficientemente vicina alla cifra che riteneva giusta, poiché storse le secche labbra che coprivano i pochi denti rimasti e fece il gesto di soppesare la moneta. Vi aggiunsi, a malincuore, altri cinque pezzi d’argento e lo guardai allontanarsi col suo bastone, infilando la moneta d’oro in saccoccia e disponendo le altre di minor valore in un piccolo piatto metallico nascosto nella manica sinistra della grande statua.
Sdegnato, guardai un’ultima volta il fuoco nelle mani della Grande Madre ed imboccai il corridoio. Lasciai in fretta quel posto camminando a testa bassa e scuotendola di tanto in tanto mentre riflettevo sulla degradazione morale di Witrhamarr, ben più grave di quella strutturale, nonché probabile causa principale di quest’ultima. In qualunque epoca ed in qualunque villaggio o città, lo stato fatiscente degli edifici non è altro che lo specchio della rovina che affligge l’anima di chi vi abita.

Senza accorgermene, giunsi davanti all’ultimo posto che avrei voluto vedere quel giorno: Drekna-Inni, la Taverna della Dragonessa, dal soprannome con cui era nota Bróstna agli avventori più assidui.
L’insegna era stata rimossa ed al suo posto campeggiava una grande e improvvisata scritta in runico che recitava ‘in vendita’.
Quel solo dettaglio aveva già mutato l’anima del locale, ma tutto a Witrhamarr ha un prezzo e non ci sarebbe voluto molto a stabilire quello giusto.
In ogni caso, senza Bróstna, anche la taverna era condannata alla rovina.

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