Amore e (doppia) Morte (1×05)

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Rialzai gli occhi dalla Donna accasciata al suolo e tornai a guardare Bróstna, la quale teneva ancora la padella sollevata davanti a me.
La guardai, meravigliato e incredulo.
Mi guardò, stupita anch’ella: era pallida, aveva la bocca aperta e l’unica cosa che muoveva erano gli occhi, con i quali vagava da me alla sua salda presa doppia sul manico.
Con una mano provai a farle abbassare l’arnese da cucina, ma non fu semplice: era pietrificata in quella posizione, le mani erano bianche e rigidamente contratte, i polsi le tremavano debolmente.
Adoperai maggior forza e finalmente cedette, lasciando cadere la padella sulle gambe della Donna ai nostri piedi, ma nello stesso istante esplose in un pianto improvviso e silenzioso e mi gettò le braccia al collo per abbracciarmi. Non potei che stringerla a me e così rimanemmo per alcuni istanti, mentre la mia dolce Bróstna teneva la testa bassa e poggiata sul mio petto, scossa dai sussulti del pianto che cercava, invano, di soffocare.
Non ressi a lungo senza fare niente mentre la Nana che amavo continuava piangere e, mettendo da parte la durezza e la freddezza di cuore nanico temprato da una vita di fatica e rigore, le presi il viso fra le mie ruvide e coriacee mani, come si fa con una fragile creatura. Le rosse gote erano bagnate da lunghi rivoli di lacrime che sgorgavano copiose dalle ciglia socchiuse, ma per lo meno aveva smesso di singhiozzare.
Le asciugai con i pollici le fredde guance, almeno per quel che mi fu possibile, e attesi che si tranquillizzasse: non avevo mai visto nulla di più tenero e tenevo a lei più di quanto un Drago tiene al suo cumulo di tesori.

“È tutto finito, Bróstna…” la confortai, tenendola vicina a me e prendendole le mani, ancora gelide e sudate.
Sollevò finalmente lo sguardo: aveva gli occhi lucidi. Chiuse le palpebre e le ultime lacrime caddero come perle di rugiada dalla punta di una foglia al levarsi del sole.
Le presi i fianchi.
Ci separava una distanza di appena mezzo passo.
La baciai.
Fu un bacio rapido e impacciato, immerso in un misto di timore e stupore, poi ci guardammo per un battito di ciglia, il tempo di capire che non fosse un’illusione.
La baciai di nuovo.
Io mi abbandonai alla passione e Bróstna si abbandonò a me.
Purtroppo quel meraviglioso momento durò poco, perché dopo alcuni brevi ed incantevoli istanti, mi accorsi che Bróstna stava scivolando in uno stato di abbandono fisico: non stava cedendo più solo all’Amore, bensì anche a qualcosa di opposto e terrificante.

Aprii gli occhi e vidi la punta di tre dita del guanto bianco della mia assalitrice spuntare dietro la nuca della mia amata.
Istintivamente mi ritrassi spaventato, come se mi fossi svegliato da un incubo, mentre in realtà era il sogno ad essere appena finito e l’incubo stava iniziando proprio allora.
Cercai di tirare a me Bróstna per proteggerla, ma fu come se una forza superiore si opponesse per vanificare il mio sforzo.
La testa della Donna fece capolino dietro di lei all’altezza della sua cintola. Aveva un ghigno freddo e gli occhi serrati in una smorfia di rabbia, parzialmente nascosti dalle lunghe ciocche di ricci capelli neri, sotto i quali traspariva comunque la sua enorme sete di vendetta, così vividamente impressa nello sguardo glaciale dei brillanti occhi azzurri. Espirava rumorosamente dalla bocca mentre mi fissava.
Angelo della Morte… è tornata!” sussurrò con un filo di voce, spezzando la frase con un rapido sospiro.
Ero stravolto ed impotente, mentre la mia amata restava in piedi davanti a me, rigida ed immobile come una statua, ma con l’espressione serena di chi dorme.
Il respiro affannoso della Donna era l’unico sottofondo sonoro al mio vuoto mentale.

Non potevo tollerare che qualcuno facesse del male all’unica Nana per la quale avessi provato qualcosa, ma non ero in grado di sottrarre Bróstna alle sue grinfie con la forza: il suo corpo era dominato e la sua mente soggiogata.
Involontariamente, abbassai lo sguardo e notai che la Donna era ancora parzialmente distesa sotto Bróstna, con le gambe piegate e rivolte verso la parete alle mie spalle, così da passare con il busto tra le ginocchia di Bróstna e spuntare dietro di lei.
Fu lo slancio che riavviò la mia mente: mi ricordai di ciò che mi aveva fatto il Corvo e schiacciai violentemente la Donna al suolo premendole sull’addome con il tacco dello stivale.
Dovette staccare la mano inguantata da Bróstna, che crollò su se stessa, come se fosse incapace di reggersi in piedi, al pari di un burattino a cui abbiano tagliato i fili; prontamente, la sorressi con un abbraccio.
Quando la Donna urtò a terra, la colpii nuovamente con un calcio allo stomaco e la bloccai al suolo con il piede, ma anziché gridare o opporsi ai miei colpi, sembrava divertita: iniziò a ridere tanto convulsamente che sentivo la rapida contrazione dei suoi muscoli sotto la suola. Ad ogni soffio, le ciocche di capelli davanti alle labbra si spostavano per poi tornare al loro posto.
Senza spostare il peso dal piede con cui bloccavo la Donna, adagiai Bróstna alla mia sinistra, con la schiena poggiata alla parete.
L’altra rise più forte e io ruotai la caviglia per stritolarle la pelle sotto la suola, ma non fu sufficiente a farla smettere.
“È morta!” urlò tra le risa quando la colpii nuovamente, questa volta sulle coste più in basso del torace.
Mi si gelò il sangue. Rimasi un attimo immobile, con le sopracciglia incurvate verso il centro, a bocca spalancata, ingoiando a fatica la saliva.
Mi voltai verso il corpo di Bróstna e mi inginocchiai accanto a lei: era esanime. Lacrime bollenti mi colarono nella barba.
La Donna, intanto, continuava a contorcersi dalle risate fino a rischiare di soffocarsi con la sua stessa saliva.

Sollevai il corpo di Bróstna tenendola distesa sui miei avambracci e mi alzai in piedi, poi girai gli stivali verso la sua assassina, ora accovacciata sul fianco con le braccia incrociate sull’addome.
Con le lacrime agli occhi, le diedi un rabbioso calcio sul viso per riportarla in posizione supina e, prima che si riprendesse, le soffocai la sua orribile risata isterica con la punta dello stivale finché non iniziò a tossire e, infine, smise di emettere qualsiasi suono. Non oppose alcuna resistenza mentre cercavo di ucciderla e questo mi fece infuriare ancora di più: avrei voluto vederla lottare per la sua vita e soffrire nell’impossibilità di sopravvivere, invece, per tutto quel lasso di tempo, rimase impassibilmente distesa, con le braccia aperte e gli occhi socchiusi, come se non fosse sul punto di morire, bensì tranquillamente distesa altrove o già morta.
Solo quando fui sicuro che fosse trascorso abbastanza tempo, sollevai il piede ed ebbi modo di notare il sangue nero che le colava dalla bocca lungo il viso e le pupille dall’iride azzurro dilatate all’inverosimile, quasi non volessero lasciar spazio al resto dell’occhio; sul viso, le vene avevano disegnato un reticolo scuro sotto la pelle, simile ai capillari rossi che prima le infiammavano la cornea degli occhi.
Intuii troppo tardi i motivi delle risa isteriche, ma non ebbi rimpianti: qualunque fosse stata la sostanza che le aveva causato quegli effetti, quella Donna aveva ucciso l’unica creatura che avesse mai fatto breccia nel mio cuore di pietra durante tutta la mia vita.
Tenendo sempre la mia amata in braccio, mi piegai sulla Donna, le tolsi a fatica il guanto bianco dalla mano e, infine, uscii della taverna, ormai deserta, della mia dolce e defunta Bróstna.

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