Doni (1×04)

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Assorto nell’intento di rivelare finalmente i miei sentimenti a Bróstna, in un primissimo momento non mi accorsi neanche di essere trattenuto con la forza: l’unico effetto fu di farmi sollevare involontariamente la testa e in quell’istante vidi che i pochissimi clienti intorno a me scappavano terrorizzati in maniera disordinata o erano immobili sul posto, a bocca aperta e occhi sgranati dalla paura. Ebbi giusto il tempo di riconoscere tra la folla qualche viso della mia squadra di lavoro in miniera prima di essere strattonato violentemente verso dietro e cadere pesantemente al suolo.

Quando riaprii gli occhi, provai a risollevarmi, ma una figura nera mi sovrastava e mi immobilizzava con il suo peso, urlando nel frattempo qualcosa di incomprensibile rivolto a qualcuno lontano da me. Non finì nemmeno la frase, che iniziò improvvisamente a scuotermi con violenza, tenendomi per il bavero della giacca e facendomi sbattere la testa sulle tavole di legno del pavimento.
Mi urlava contro, ma gli urti della mia nuca e il rumore che ne scaturiva non mi permettevano di capire le parole. Ad un certo punto, la mia testa fu sbattuta un’ultima volta sul pavimento e tutto si fermò, mentre mi immobilizzava le braccia.
“Parla!” mi intimò per un paio di volte la creatura in nero, avvicinandosi con la faccia alla mia. Finalmente potei distinguere qualcosa in più sul mio assalitore: vidi una figura dalle fattezze e dalla statura di un Umano, con cappuccio fin sulle sopracciglia e benda sulla bocca, entrambe neri come il resto degli indumenti; l’unica parte scoperta era la zona degli occhi, dove si stagliavano sulla pelle pallida un paio di brillanti iridi azzurre, ciascuna cerchiata da una sclera arrossata per il gran numero di capillari visibili.
Rimasi in silenzio e questo fece innervosire ulteriormente il mio aggressore, che risollevò il busto e chiamò qualcuno che era di fronte a lui.

Approfittai della distrazione per divincolarmi nella speranza di riuscire a scrollarmelo di dosso con un colpo di reni, ma in quel momento qualcuno, proprio chi era stato appena chiamato, si avvicinò e con il piede mi schiacciò il busto sul pavimento.

L’interrogatorio riprese subito, questa volta accompagnato da metodi decisamente più umilianti e violenti: lo stesso piede che mi aveva sbattuto al suolo pulì la suola dello stivale di cuoio nero prima sulla mia giacca e poi sulla mia barba. Infine, si sollevò lentamente dal torace e passò a schiacciarmi la gola con una pressione crescente, fino ad impedirmi di respirare. A nulla valse il mio tentativo di spostare lo stivale con le mani: la mancanza d’aria mi toglieva le forze e riuscii appena a sollevare di poco le braccia, tenute bloccate al suolo dalla figura dagli occhi azzurri.

Quando il suo compagno capì che ero sul punto di soffocare, ridusse la forza con cui premeva lo stivale, lasciandomi il tempo di prendere qualche affannoso respiro e domandandomi con tono lento e severo: “Dov’è il Dono?” e poi la stessa voce, che identificai come maschile, aggiunse, “Ai Corvi non piace perdere tempo, il nostro tempo ha un costo…”.
“Che dono?” domandai d’un fiato, temendo che tentasse nuovamente di soffocarmi.
Il Corvo in piedi tolse lo stivale dalla mia gola e iniziò a camminare da un lato all’altro, evidentemente spazientito e nervoso. Sentivo il rumore degli stivali sulle tavole di legno vicino alla mia testa.
“Il Dono di Dehānu!” mi sibilò nell’orecchio la figura che mi immobilizzava, sporgendosi in avanti verso di me e penetrandomi con lo sguardo.
Improvvisamente, non sentii più il rumore di passi: il Corvo si fermò, fece scricchiolare col suo peso una tavola per un paio di volte e rimase lì. Di certo stava ideando un metodo per strapparmi una risposta e, avendo sentito parlare con terrore dei famosi Corvi di Lasse Rîveux, questo non fece che aumentare la mia paura.
“Non so cosa sia…” confessai in preda al panico.
La figura accovacciata sopra di me continuava a fissarmi, poi alzò la testa ed esclamò: “Credo che dica il vero…”.
“Controlla!” gli risposte con durezza il Corvo, battendo nervosamente il piede sulla tavola scricchiolante.
Non capii come potesse verificare la mia sincerità, ma l’altra figura obbedì prontamente, sollevando una mano guantata di bianco dal mio braccio sinistro e ponendola sulla mia fronte.
Avevo il braccio libero dalla sua presa, eppure non riuscivo a sollevarlo, come se non fosse più sotto il mio controllo.
Scuotevo la testa incredulo, strabuzzando gli occhi, mentre la figura continuava a fissarmi con i suoi sinistri occhi brillanti, tenendo sempre la mano fermamente poggiata sulla mia fronte.
“Ah, forse ho trovato!” esclamò con soddisfazione dopo poco. Dal suono acuto della voce, per la prima volta, cominciai a pensare che si trattasse di un’Umana.
Mi lasciò anche l’altro braccio, ma, come per il sinistro, non riuscii a muoverlo.
Intanto, la Donna (potevo solo presumere che fosse tale) mi slacciò dalla cintura il sacchetto porta pranzo in cui avevo nascosto la sabbia e la clepsamia e lo passò al Corvo, che, intanto, si era avvicinato.
L’Uomo aprì il mio porta-pranzo e, trovandovi i due oggetti che cercava, commentò compiaciuto: “Bene…”, poi lo richiuse con la cordicella e si voltò.

La mia assalitrice a quel punto gli domandò: “E di lui che ne faccio?”.
“È tutto tuo, Angelo!” le rispose il Corvo, poi contò delle monete e le gettò sul mio viso, aggiungendo, “Ma ricordati di eliminare ogni possibile testimonianza quando hai finito. Lì c’è anche qualcosa in più per questi altri” fece una breve pausa, accennando col capo ai pochi clienti ancora nella taverna, “ubriaconi…”, e poi sputò sul legno del pavimento.
“Sei tutto mio…” mi sussurrò all’orecchio la misteriosa Donna. Credo abbia anche allungato la lingua verso il mio orecchio per un istante prima di mettersi a ridacchiare con tono acuto. Si alzò di scatto sulle gambe, mantenendo solo il contatto della sua mano sulla mia fronte.
“Ma è un Nano!” parve rimproverarla il Corvo, poi sbuffò e, agitando la mano nella sua direzione come per scacciare un insetto, si allontanò stizzito verso la porta di fronte a me, spingendo nel frattempo a terra qualche sfortunato che si trovava sulla sua strada.
“Tsk, non si reggono nemmeno in piedi questi zotici ubriachi…” sentenziò, infine, l’Uomo, mentre sbatteva la porta della taverna.
Uno dei clienti, provocato da quell’affermazione, tentò di colpire alle spalle la mia assalitrice mentre era piegata su di me, ma quest’ultima sollevò prontamente la mano sinistra e lanciò contro di lui qualcosa di quasi invisibile (forse un ago) che fece crollare faccia a terra il coraggioso ma sconsiderato Nano.
Qualcuno bofonchiò qualcosa con la testa immersa nel proprio boccale e qualcun altro biascicò parole confuse in risposta, i più ardimentosi lanciarono occhiate di biasimo, ma nessun altro fece più di qualche passo barcollante prima di appoggiarsi ad un sostegno e rinunciare.

Vidi tutta la scena nello spazio tra le gambe della mia assalitrice, ancora steso sul pavimento, incapace di controllare il mio corpo: fu la terza volta quel giorno, dopo la caverna e i piani del Corvo, in cui credetti di essere ormai spacciato.
La Donna (data la visuale, ero ormai sicuro che lo fosse), in piedi ma piegata verso di me per tenermi la mano sulla fronte, chiuse gli occhi e iniziò ad alzare lentamente il busto e, intanto, le mie spalle si sollevavano con lei, come se il mio corpo fosse attratto dalla sua mano guantata di bianco. Mi ritrovai presto in piedi senza aver impartito ai miei arti alcun comando. Le braccia erano distese lungo i fianchi, rilassate ma senza ciondolare, e camminavo all’indietro, sempre senza volerlo, verso il magazzino della taverna, “spinto” dalla sua mano. Arrivammo alla parete di legno sul fondo del magazzino e mi fermò, ritirando di poco la mano a sé.
Impossibilitato a muovere la testa, ruotavo gli occhi in cerca di qualsiasi cosa potesse tornarmi utile per uscire da quella situazione, ma la Donna occupava quasi tutta la mia visuale frontale ed era molto alta rispetto a me, tanto da sovrastarmi.
Si avvicinò, piegandosi per arrivare al mio orecchio, e mi ordinò sottovoce ma con tono deciso: “Chiudi gli occhi!”.
Passò la mano guantata davanti al mio viso: le mie palpebre si chiusero di colpo e, per quanto mi sforzassi di resistere, non riuscii ad oppormi al suo comando.
Poi aggiunse: “C’è ancora un dono che voglio da te…” e ridacchiò con un suono allegro e acuto.
Ero certo che si stesse muovendo dai fruscii che sentivo, ma, inaspettatamente, un forte suono di urto metallico pose termine sia ai rumori precedenti, sia al controllo che quella Donna esercitava su di me tramite la mano.

Riaprii lentamente gli occhi e al secondo rapido battito di ciglia vidi davanti a me una grossa padella impugnata con entrambe le mani da Bróstna. Mi ritrassi, un po’ spaventato e un po’ meravigliato.
La Donna, invece, giaceva scompostamente distesa al suolo, non più tanto coperta di nero quanto lo era prima: le gambe erano accavallate lateralmente e avvolte fino alle caviglie negli abiti scuri, mentre il tronco era in posizione supina e dall’ombelico in su non era coperta affatto.

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