I piaceri della vita di un Nano (1×03)

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Thrár!” chiamò una dolce voce femminile.
“Thrár! Ehi!” ripeté con atteggiamento più brusco di prima.
Ero ancora accecato e intontito, scossi la testa e sbattei una paio di volte le palpebre prima di capire chi mi stesse chiamando: Bróstna era davanti a me, al di là del bancone, e cercava di attirare la mia attenzione agitando la mano mentre mi sorrideva.
“Non ti ho visto arrivare, eppure a quest’ora non c’è quasi nessuno…” mi disse girandosi verso i ripiani alle sue spalle, occupati da bottiglie e barilotti. La intravidi afferrare un panno e pulire l’interno di un boccale di pietra, sempre dandomi le spalle. Dovevo avere un’espressione di completo smarrimento quando Bróstna, forse a causa del mio insolito mutismo, girò il capo per guardarmi con la coda dell’occhio e accennò un sorriso. Adoravo quel sorriso: era bianco come la schiuma della migliore bjórr e racchiuso tra due labbra color rubino. Fu sufficiente affinché il mio volto si illuminasse di nuove emozioni.

“Cosa ti è successo?” mi domandò con un tono di curiosità che tradiva un’affettuosa preoccupazione, mentre riempiva di birra il boccale appena pulito.
Humpen al vecchio in fondo!” ordinò alla cameriera che arrivava con il vassoio vuoto, poi tornò a pulire altri bicchieri.
Una corpulenta Nana vestita con un abito verde si fermò di spalle davanti a me, si riannodò il fiocco del grembiule sul retro e si aggiustò la lunga treccia bionda prima di prendere il pesante boccale dalle mani della taverniera, metterlo sul vassoio e allontanarsi nuovamente, urtandomi distrattamente con la spalla nel voltarsi. Blaterò qualcosa, ma non ci feci caso perché a causa dell’urto, per la prima volta da quando ero lì, mi ero ricordato della sabbia: avevo ancora la clessidra nella mano sinistra e il sacchetto era poggiato proprio sopra. Bróstna non mi aveva chiesto nulla e io nascosi frettolosamente entrambi gli oggetti nel sacco porta-pranzo attaccato al lato sinistro del mio cinturone da lavoro.

Mi avvicinai di un passo a testa bassa per prendere altro tempo e pensare: non sapevo cosa raccontarle e mi avrebbe certamente preso per ubriaco se le avessi detto cosa mi era accaduto realmente. Non ero neanche certo che quanto avevo vissuto fosse la realtà.
Mi accorsi che mi guardava riflesso nello specchio posto sulla parete dietro alle bottiglie, quindi mi affrettai a liquidare il discorso con un secco “Stanchezza…” e ordinai un bjórker.
“Un bjórker?” mi chiese meravigliata, voltando la testa per la durata della frase, poi si asciugò le mani sul grembiule bianco che portava legato in vita sopra alla gonna gialla, si avvicinò a me e, fissandomi con sguardo indagatore, domandò ancora, “Festeggi qualcosa?”.
“Abbiamo finito un lavoro” improvvisai, nella speranza di dileguare i sospetti che forse iniziavano a delinearsi nella sua mente. Non riuscirò mai a capire cosa pensa una Nana, ma sono convinto che esse sappiano sempre cosa ho io in mente.
Bróstna lanciò un’esclamazione di sorpresa e gioia, poi si piegò a cercare il calice metallico che avevo ordinato e lo poggiò sul piano di legno in mezzo a noi, mentre io mi accomodavo su uno sgabello traballante.
“La solita bionda, caro?” domandò mentre già apriva il rubinetto della botte e iniziava a versare lentamente. L’ennesima dimostrazione che sanno sempre cosa penso… o forse sono io ad essere un prevedibile abitudinario. Probabilmente entrambe le cose.
Io annuii in risposta mentre guardavo il calice, dondolandomi sullo sgabello e domandandomi perché non avessi chiesto anch’io un comunissimo humpen.
“Ecco a te!” annunciò con voce allegra quando l’ebbe riempito fino all’orlo.
Afferrai il calice e bevvi un sorso con forzata disinvoltura.

Bróstna mi guardava con i suoi profondi occhi color diaspro rosso scuro, poggiata con i palmi delle mani al ripiano del bancone e formando un triangolo con le braccia; cercavo di distogliere lo sguardo dal magnetico centro di quel triangolo, sforzandomi di fissarne piuttosto il vertice superiore, il bel viso tondeggiante di Bróstna, coronato dai due ciuffetti laterali di capelli castano ramato che le erano valsi il soprannome di Drekna. Da quel soprannome era nata l’idea del Drekna-Kyss, il Bacio di Dragonessa, la birra più forte del locale, colorata con caramello per darle il colore bruno rossastro, speziata con bacche piccanti e aromatizzata con un cucchiaio di succo di radice di zenzero.
Bevvi ancora un paio di lenti e lunghi sorsi prima di pulirmi i baffi con il dito; intanto, sbirciavo dal fondo del bicchiere in direzione delle due botticelle che l’ampia scollatura della candida blusa con le maniche corte a sbuffo mostrava solo parzialmente. Il tutto era incorniciato da un corpetto marrone a scollo quadrato, tenuto stretto da un raffinato nastro bianco intrecciato nei gancetti argentati posti in due file verticali sulla parte anteriore dell’abito. Una pari attenzione al vestiario non l’ho mai prestata nemmeno a ciò che indosso io stesso nei grandi festeggiamenti.

“Vuoi anche delle uova di tacchino bollite?” mi domandò dolcemente Bróstna continuando a guardarmi e sporgendosi verso di me, poi, ritraendosi, aggiunse, “Dovevi festeggiare, no?!”.
Mi accorsi che forse il mio sguardo aveva indugiato troppo a lungo sulle sue morbide forme e che il mio stratagemma era stato scoperto.
Avevo lo stomaco chiuso, ma le feci comunque cenno di sì. Bevvi tutto d’un sorso ciò che restava nel calice, questa volta guardando in alto nella convinzione di distogliere così ogni sospetto, e infine precisai: “Giusto un paio, magari…”.
Mi sorrise e prontamente mi rassicurò: “Arrivano subito!”. Un istante dopo era già alla ricerca della padella nella credenza in basso alle sue spalle.
Nonostante al di sopra del bancone spuntasse solo il grosso fiocco che teneva legato il grembiule, l’immagine che si delineava nella mia mente mi risultava tanto gradita che sperai non trovasse più la padella per le uova, invece Bróstna si rialzò quasi subito e si diresse, tenendo la pentola in pugno, nel magazzino sul retro, presumibilmente per prendere le uova e prepararle.

Era semplicemente la Nana più attraente che mi fosse mai capitato di vedere: non era robusta quanto una Nana dovrebbe essere e neanche molto bassa di statura, né tanto meno muscolosa, ma ogni volta che l’osservavo, il cuore mi batteva nel petto come un martello sull’incudine e un ardente sentimento scorreva in me come metallo fuso al posto del sangue. Ciò che più mi piaceva di lei era il velo di lentiggini brune che le decorava la parte superiore delle gote e il piccolo naso dalla punta arrotondata, che col freddo le si tingeva di rosso.
Ero sicuro d’amarla, eppure non osavo confessarlo nemmeno a me stesso, anzi, cercavo di convincermi che fosse un effetto della birra. Un effetto della birra magari, ma un effetto circoscritto alla sola Bróstna e che addirittura mi rendeva indifferente alla visione della bionda cameriera a cui molti avventori della taverna cercavano di slacciare il grembiule o lasciavano mance generose nell’altrettanto generosa scollatura, illudendosi di avere una possibilità con lei.
Poveri stolti: altro non sono che cacciatori di innafferrabili chimere. Ma la disperata caccia di quei disgraziati scialacquatori di fortune m’ispirava una certa pena: non ero stato anch’io uno di loro prima di conoscere Bróstna? Come potevo io, che mi ero affannato più di loro, biasimarli?
Ah, la mia Bróstna: ne sono ancora adesso così innamorato, che persino il solo raccontare ad altri di lei mi mette a disagio.

In quel momento, forse incoraggiato dall’essere inspiegabilmente sopravvissuto a morte certa, mi convinsi che quella potesse essere la volta giusta: sarei andato sul retro della taverna e le avrei confessato ciò che provavo.
In un baleno scesi dallo sgabello e mi diressi a testa bassa verso la fine del bancone, ma qualcosa mi afferrò la spalla e mi trattenne.
In quel momento non potevo ancora saperlo, ma ciò che stava per succedere da lì a qualche istante mi avrebbe portato via Bróstna per sempre, o quasi.

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