Questioni di tempo (1×02)

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La visione di quella piccola luce intermittente mi distolse dal mio inveire senza fine e per qualche istante fissai, chiudendo leggermente le palpebre, quel preciso punto tra le pietre: in tanti anni di lavoro in miniera non avevo mai visto un fenomeno simile, né avevo sentito racconti o resoconti che ne parlassero.
Mi incuriosì e mi spaventò al contempo: decisi di avvicinarmi per guardare meglio, ma camminando con cautela, leggermente accovacciato e con le ginocchia piegate, sempre con il piede sinistro avanti e il destro più dietro, pronto ad allontanarmi con un balzo qualora ce ne fosse stato bisogno.
La luce continuava a illuminarmi ad intermittenza, quasi volesse attrarmi.
Avevo sentito storie di anelli stregati che potevano indurre a raccoglierli per essere riportati al loro proprietario e di armi maledette che prendevano il controllo su chi le impugnasse, ma ormai non avevo altro da perdere, quindi perché non assecondare quell’attrazione? Forse non c’era neanche un’attrazione, era semplice suggestione.
“E se invece…?” pensai, indugiando lì dove mi ero fermato.
Mi paralizzai, come se volessi impedire al mio corpo di assecondare quel desiderio; solo i miei occhi si muovevano scrutando ciò che mi circondava: il mucchio di macerie distava cinque o sei passi da dove mi ero seduto e in quel momento mi trovavo a circa metà strada, casualmente a poca distanza da una delle travi di sostegno cedute, la quale giaceva ormai tra le pietre, divisa in almeno tre pezzi di diversa lunghezza. Lentamente afferrai con la mano sinistra quella che mi sembrò la parte più lunga (un passo e mezzo di legno proveniente dalla superficie) e attesi qualche istante per controllare che nulla cedesse in assenza di ciò che avevo preso. Nessuno scricchiolio sospetto, quindi scostai qualche pietra del mucchio usando il pezzo della trave.

A quel punto, la luce illuminava anche ciò che restava del soffitto della zona di estrazione 16. Poi si affievolì fino a spegnersi e dopo qualche istante di buio, riecco la luce, così forte da abbagliarmi, ora che colpiva direttamente i miei occhi abituati al buio. Il fenomeno si ripeté ancora a intervalli regolari.
Imparai il ritmo: aprivo gli occhi quando era spenta e li chiudevo appena iniziava a riaccendersi. Così facendo, potei finalmente vedere che la fonte di tanta luce era nient’altro che un sacchetto di tessuto bianco, all’apparenza raffinato e pregiato come un fazzoletto appartenente ad una dama delle sontuose corti degli Uomini.
Pensai subito a qualcosa di valore, un qualche gingillo magico degli Elfi Luminosi, residuo degli scontri delle Ere passate, oppure un tesoro prezioso sottratto dai Goblin a qualche ricco viandante o a un mago. La curiosità superò ogni resistenza, così afferrai il sacchetto, slegai il cordoncino dorato e lo aprii: sabbia, comunissima sabbia che neanche si illuminava più.
Nella convinzione di aver spezzato qualche incantesimo aprendolo, richiusi il sacchetto semplicemente tirando il cordoncino, ma non si illuminò più: ne rimasi molto deluso. Sbuffando per la frustrazione, mi rimisi a sedere sul masso di prima, ma questa volta nella direzione opposta, di spalle al mucchio di pietre che tanto mi aveva illuso e mi aveva ingannato con la sua luce misteriosa. Lì seduto, di nuovo al buio, maledissi una volta ancora l’apprendista che mi aveva messo in quella disgraziata situazione e poi cominciai a lanciare in aria il sacchetto e riprenderlo, a farlo roteare con il polso, a passarmelo da una mano all’altra lanciandolo. Dopo un po’ di tempo, mi annoiai anche di quell’attività e mi arresi all’inevitabile Fato: sarei morto lì, nessuno avrebbe potuto togliere i massi senza che crollasse tutto. Mi alzai di scatto, scaraventando il sacchetto alle mie spalle.
Sorpresa: appena sentii il tonfo, un lampo dietro di me illuminò tutto ciò che mi circondava. Mi voltai: buio. Attesi. Luce di nuovo, più abbagliante che mai.
Il sacchetto si era aperto parzialmente e quella sabbia si illuminava ancora come aveva fatto prima che lo raccogliessi, anzi ancora più intensamente, visto che il tessuto bianco non la soffocava più. Dovetti voltare la testa e coprirmi gli occhi con il braccio sinistro al lampo successivo.

“Polvere di Fata!” fu l’unica spiegazione che potessi darmi, lì fermo a bocca spalancata e con la speranza che tornava a scorrere in me; ma perché mai si illuminava ad intermittenza? Questo non riuscivo a spiegarmelo in nessun modo. In compenso, cosa ne sapevo io di polvere di Fata all’epoca? Non ero mai uscito da Witrhamarr e tutto ciò che conoscevo del mondo esterno erano i racconti dei kaupmenn che vendevano in piazza e le antiche leggende raccontate in taverna. Mi convinsi che ci fossero buone possibilità che si trattasse di polvere di Fata e che in altre circostanze avrei fatto meglio a non toccarla, ma ero a un passo dalla mia fine, almeno sarei morto con un sacchetto di polvere di Fata in mano.
Muovendomi alla cieca a causa del bagliore, afferrai il sacchetto dal cordoncino, chiudendolo in un unico rapido gesto, e lo sollevai. La luce si affievolì.
Lo riappoggiai, tenendolo con la mano, e la luce divenne di nuovo intensa.
Lo poggiai più lontano e la luce divenne di nuovo meno forte.
Non riuscivo ancora a capirne il motivo, ma era chiaro che tutto dipendesse dal punto in cui l’avevo trovato, così mi lanciai sul mucchio e vi trovai una clepsamia, incrinata verticalmente lungo il fianco di uno dei due bulbi di vetro. Era stato il mio popolo a inventare alcune Ere prima quello strumento di misurazione del tempo, ispirandosi alle clessidre umane ad acqua, mentre gli Elfi avevano sempre usato le meridiane, adatte ai loro campi assolati e ai loro strani edifici sugli alberi, ma inutilizzabili nelle nostre gallerie sotterranee.
Di una clessidra a sabbia, per di più rotta, non avrei saputo cosa farmene, ma sembrava essere magicamente legata al sacchetto di sabbia, così decisi di porre i due oggetti ad una distanza di un paio di passi l’uno dall’altro, sufficientemente piccola da farli interagire, ma tale da evitare che la luce mi abbagliasse.

Tornai a sedermi per la terza volta sul masso, rivolto di nuovo verso il mucchio e verso i due oggetti, ad ammirare quel magico trucco di luce intermittente che scandiva il tempo che mancava alla mia fine. Se non fossi stato intrappolato lì, probabilmente ci avrei guadagnato un bel gruzzolo vendendolo a qualche mercante del kaupstefna di Witrhamarr, mentre in quel momento avrei dato tutto il mio oro per essere con gli altri a bere un boccale di birra servito dalla mia adorata Bróstna.
“Per la veste lacera della Grande Madre!” urlai per la disperazione, immemore per un attimo del crollo e del precario equilibrio di quella trappola sotterranea. Furono il tremolio e la polvere mista a sassolini che caddero dall’alto sulla mia testa a ricordarmelo e a farmi sentire un incosciente.
Scattai in avanti e mi accovacciai a terra con le mani sulla testa, temendo che qualcosa di più grosso stesse per cadere proprio su di me, ma non ci furono altri segnali di crollo imminente. Dentro di me non speravo più di salvarmi, ma il mio istinto di sopravvivenza perdurava ancora. Sapevo che era una mera questione di tempo, una lenta agonia da trascorrere immerso nella paura di morire da un momento all’altro, un’incubo da cui avrei voluto risvegliarmi con una pinta di birra in mano dopo un sonnellino sul bancone.
Raccolsi clepsamia e sacchetto. Tenni la prima con la mano sinistra davanti a me, poggiata sul petto, e sollevai il secondo in guisa di lanterna con la destra per vedere in alto se qualcosa fosse sul punto di staccarsi.

Tremavo, tremavo perché ero certo che stesse per crollare tutto e che la mia fine fosse vicina, ma con me tremò per un istante anche la roccia, quel tanto che bastò a farmi perdere la debole presa sul sacchetto di sabbia, che mi scivolò verticalmente davanti alla faccia, strisciando sulla mia folta barba intrecciata.
Fui abbagliato da un lampo di luce ed un attimo dopo ero nella taverna della città di Witrhamarr.

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