Come tutto cominciò all’approssimarsi della mia fine (1×01)

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Era una giornata tranquilla nella zona di estrazione numero 16 della galleria 5 Est e tutti noi addetti al settore eravamo indaffarati a trasportare gli ultimi attrezzi prima che quell’area fosse adibita a deposito. Il cartello ‘Deposito 91′ era quasi pronto per l’affissione sull’entrata della galleria, mancava solo l’incisione della scritta.

“Sbrigati ad uscire, Thrár: è ora della bevuta di metà mattina!” mi urlò il capo settore dall’entrata della galleria.
Come fosse diventato capo settore uno così sbrigativo proprio non riuscivo a capirlo.
“Arrivo! Controllo se è rimasto qualche piccone in fondo e vi raggiungo alla taverna!” gli gridai in risposta, ma dovetti ripetergli “Arrivo!” ancora un paio di volte prima che le sue orecchie ostruite riuscissero a recepire le mie parole o, più probabilmente, a captare qualche frammento dell’eco che si diffondeva nella galleria deserta.
Dopo avermi fatto sgolare per un po’, finalmente mi rispose con un mezzo grugnito di disappunto, per cui dovetti urlare che sarebbe potuto andare senza di me e l’avrei raggiunto a lavoro finito.
“Ti lasceremo solo la schiuma…” commentò prima di lasciarmi svolgere in tranquillità il mio compito di responsabile dell’attrezzatura.
Dall’interno, sentii ancora quale spezzone di frase provenire dall’ingresso: stava rimproverando l’apprendista per l’incisione dei simboli sul cartello da affiggere. Probabilmente aveva combinato qualche pasticcio, ma nulla di irrimediabile: la sgridata durò poco e ben presto tornò nuovamente il silenzio. Quel giovanotto appena assunto mi ricordava me tanti anni prima, quando ero entrato in miniera da poco e tutto ciò che il mio capo settore faceva per insegnarmi il mestiere era tirarmi addosso qualunque sasso trovasse sui binari dei carrelli.
“Oh! Se un carrello deraglia, ti tirerò addosso anche quello, scansafatiche!” mi urlava dopo ogni lancio incredibilmente preciso e diretto alla mia giovane nuca. Avrebbero dovuto prenderlo come tiratore quando fece domanda per entrare nei reparti ausiliari dell’esercito, la mia salute ne avrebbe certamente guadagnato.
A quei tempi, i miei vecchi tempi, le zone di estrazione erano tante da entrambi i lati della città, Austr-Gruven e Vestr-Gruven si chiamavano, e i carrelli correvano senza sosta sui binari; non avremmo mai pensato che i metalli pregiati potessero esaurirsi così rapidamente. Invece, in neanche un’Era eravamo passati dallo scavare in orizzontale allo scavare in verticale. E scavare in verticale non è mai una buona cosa.

La zona Austr-Gruven 5, sezione 16 era stata uno dei siti di estrazione ad estensione orizzontale più fruttuosi, pertanto si è rivelata anche una delle zone più longeve. Io avevo iniziato proprio lì ed ero l’unico ancora in servizio della mia prima squadra: chiudendola era come se mi stessero portando via una parte di me. Camminavo sfiorando con le dita la parete naturale alla mia sinistra, quasi volessi toccare per l’ultima volta l’anima di quella roccia, accarezzarla, lasciarle un saluto e un ringraziamento.

I miei malinconici pensieri furono interrotti dal suono di un urto metallico e da un fremito della roccia sotto ai miei polpastrelli.
“Ehi!” urlai in direzione dell’ingresso con una voce che non mi sembrava la mia, tanto era stretta la mia gola nella morsa delle lacrime di commozione che già riempivano i miei occhi.
Il suono si ripetè ancora e ancora, a intervalli sempre più ridotti. Nonostante la distanza, ne colsi la natura.
Mi schiarii la voce e, mentre mi avvicinavo a passi lenti, riprovai: “Fermo! Fermo con quel martello!”.
Attesi l’affievolirsi dell’eco, ma non ebbi risposta: lasciai cadere il piccone che avevo raccolto da terra pochi passi prima e iniziai a camminare a passo sempre più svelto verso l’uscita, perseverando nel mio vano tentativo di richiamare l’attenzione e far cessare i colpi e dedicando allo scopo tutto il fiato che la corsa mi consentiva di sprecare.
Ero quasi arrivato all’ingresso della galleria quando finalmente tutto tacque.
“Che succede?” mi domandò ingenuamente il giovane dall’alto di una scala, vedendomi arrivare sudato e affannato.
Mi fermai e sbuffai mentre mi strofinavo l’avambraccio sulla fronte per asciugare il sudore con la manica logora della divisa.
“Stavi per far crollare tutto” poi presi fiato e aggiunsi più forte, “imbecille!”.
Mi leccai il sudore dalle labbra mentre prendevo fiato.
“Non è certo con quell’attrezzo che si fissa un chiodo nella roccia!” conclusi tutto d’un fiato, prima di fare un respiro profondo.
Presi ancora un paio di boccate d’aria, curvo su me stesso e con le mani sulle ginocchia. Alzai lo sguardo e lo vidi: era lì fisso come una statua, con ancora il martello in mano e mi guardava con occhi spenti e distratti, quasi non capisse le mie parole. Mi diede la netta sensazione di non immaginare neanche lontanamente la pericolosità di ciò che fino a pochi istanti prima stava facendo.
Lo fissai anch’io dal basso per qualche secondo, poi cambiai tono e lo mandai a bere con gli altri in taverna, mentre io mi riavviavo nella galleria alla ricerca di qualche buon attrezzo abbandonato e che andava, invece, spostato nel nuovo sito di estrazione.

Aver mandato l’apprendista a bere mi stava facendo ricordare la sete che la corsa mi aveva causato, così presi la borraccia dal fianco sinistro e alzai la testa per bere un sorso, ma la mano mi si bloccò all’altezza del mento, il respiro fece altrettanto nella mia gola e i miei occhi si sgranarono sollevando le mie folte sopracciglia: una grossa crepa si stava allargando sopra la mia testa e la vedevo aprirsi velocemente in direzione del fondo.
L’acqua mi andò di traverso, ma soffocai i colpi di tosse battendomi sul petto.
Appena ripreso fiato, mi voltai di scatto verso l’uscita e iniziai a correre. Sentivo le gambe pesanti e, davanti a me, i primi sostegni di legno sotto i quali mi sarei dovuto riparare stavano, invece, cedendo con schiocchi netti. I primi grossi massi ostruivano già l’ingresso, che, sfortunatamente, era anche l’unica uscita. Potevo cercare il piccone che avevo gettato prima, ma mi resi conto che frantumare qualcuno di quei blocchi di pietra avrebbe avuto come unica conseguenza quella di far posto ad altri massi che sovrastavano i primi.

Ero solo, ero in trappola, ero senza idee. Sarebbero venuti a cercarmi?
La taverna era lontana dalla galleria 5 e presumevo che fossero già al terzo giro di birra: sicuramente non avevano neanche sentito il crollo. In quel momento non consideravo affatto l’idea che fosse già troppo tardi e che non avrebbero in nessun modo potuto tirarmi fuori senza che crollasse tutto, ma di lì a poco queste sconfortanti considerazioni avrebbero cominciato ad erodere le mie ingenue illusioni.
Nell’attesa che qualcuno venisse a cercarmi, tentai di trovare un’occupazione che allontanasse da me la disperata idea di prendere a testate la roccia ancora intera, per cui mi ridussi a fare l’unica cosa che qualunque Nano come me avrebbe fatto in una simile situazione: maledire con ogni epiteto negativo che mi veniva in mente l’incredibile incapacità dell’apprendista affiggi-cartelli. L’occasione era tanto ispiratrice, che quando finii le offese che conoscevo, iniziai a coniarne di nuove.
Ero seduto su un masso a comporre questi neologismi dispregiativi nella mia cara lingua nanica (già di per sé ricca di vocaboli di tal genere), quando qualcosa brillò in mezzo a un cumulo di pietre cadute dal soffitto: non era un semplice metallo luccicante, al contrario, splendeva di una debole e intermittente luce propria…

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